Due rovatesi sul treno dell'orrore

Con loro anche tre muratori di Roccafranca
Ritratto di Massimiliano Magli

Ci sono anche due rovatesi tra i feriti sulla carrozza che si è distrutta contro un palo della corrente ieri mattina a Pioltello, dopo il deragliamento del convoglio. Sono il 40enne Alessandro Boglioni, muratore capomastro, e il 60enne Santino Goffi. Entrambi hanno riportato ferite non gravi nell'impatto. Con loro, a guardare la morte in faccia, ma nella carrozza precedente, anche i colleghi di Roccafranca Simone Franzelli, 32 anni, con lo zio Angelo Franzelli, 61, e il collega Battista Merighi, 58 anni. Anche per loro lievi ferite.
Erano su una tratta che frequentavano da tre anni, come pendolari edili verso Milano: figure, le loro, descritte anche da Maria Corti in «Cantare nel buio» (1981), quando era docente al ginnasio di Chiari e raccontava i pendolari del mattone in partenza dalla stazione. Alessandro, Santino, Simone, Angelo e Battista hanno visto il buio peggiore, quando le luci si sono spente e il convoglio ha preso a zigzagare ormai fuori dai binari.

 
Erano saliti a Chiari per raggiungere Treviglio, e da qui recarsi a Pioltello per poi andare in cantiere con altri mezzi pubblici. Ogni giorno quasi tre ore su e giù dai mezzi pubblici. «Il treno viaggiava a velocità sostenuta – spiega Alessandro – anche perché da Treviglio in poi non ha soste. Sicuramente oltre i cento chilometri orari. Abbiamo vissuto quasi 50 secondi di terrore».
Le coincidenze salvano spesso la vita. Eccole: il treno è pieno e Alessandro e Santino percorrono il vagone della morte, per poi fermarsi all'atrio di accesso vedendolo pieno. Le future vittime si trovavano a circa 8 metri da loro. I colleghi di Roccafranca stanno pure per entrare nel vagone della morte, anche perché un controllore consiglia loro di spostarsi dalla carrrozza su cui sono entrati, quella precedente, perché le porte di accesso sbattono per un difetto. «Ancora oggi – dice Simone – non so cosa mi abbia trattenuto dall'andarci, restando nell'altra carrozza con mio zio Angelo e Battista».
Ma torniamo ad Alessandro: «Sono rimasto nell'atrio finché non è cominciata la sassaiola sotto il treno, per poi spostarmi non appena ha cominciato a sbandare: ho raggiunto il salone passeggeri, perché qui c'erano maniglie. Ricordo il volto di Santino: panico puro».
L'esperienza ha tutti e cinque i sensi del terrore: «Il rumore assordante del primo botto – continua Alessandro – quando il treno è uscito dai binari. Poi la grandine di sassi contro il fondo del treno. Infine la vista che si perde nel nero di un buio totale, perché le luci si spengono e l'alba è ancora distante, mentre le scintille entravano dai finestrini rotti. A quel punto l'odore di bruciato si è fatto insopportabile e il treno ha cominciato a ondeggiare a destra e sinistra in modo pauroso fino all'impatto».
Cos'avete fatto? «Mi sono fiondato fuori dal finestrino con Santino – spiega – tagliandomi una mano. Ho preso una botta al corpo ma niente di che. Santino invece si è visto uscire la spalla per l'urto e dovrà essere operato. Una volta fuori abbiamo visto che qualcuno aveva aperto la porta per cui eravamo saliti e siamo andati ad aiutare i feriti... Purtroppo ho visto anche chi non ce l'ha fatta. Non me lo dimenticherò mai».
I tre colleghi dell'altro vagone guardano impotenti la scena: «Abbiamo visto corpi straziati – spiegano Angelo e Simone – persone schiacciate sotto i sedili. Non meritiamo di viaggiare su questi carri bestiame».

 

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