Temporale in cascina

Dalla raccolta di racconti "La fede dei poveri"
Ritratto di Massimiliano Magli

Nel periodo in cui abitavamo in questo cortile, detto lòc-de-pi nano (cortile di Giuseppe Olivini detto nano), ricordo tre o quattro episodi: il primo è questo.
Forse sarà una mia impressione, ma i temporali di una volta erano molto più brutti di quelli estivi di adesso e poi c’era un’atmosfera particolare che li precedeva, per la quale tu eri sicuro che era un vero temporale.
Voglio dire, ad esempio, stavi giocando, quando ti accorgevi che c’era un silenzio fuori dal normale e arrivavano dei piccoli colpi di vento e istintivamente alzavi la testa e ti assaliva un’ansia tale che tutti i nervi erano in tensione, quindi un sordo brontolio e correvi con gli occhi verso il rumore, ma se non eri in un campo non vedevi subito i nuvoloni perché c’erano tante di quelle piante da impedirti di vedere lontano.
Vedevi le nubi quando erano già sulla testa, minacciose e nere che cominciavano a coprire il cielo e qui sapevi già che c’era sempre acqua o grandine oltre al vento, mentre invece la maggior parte dei temporali di oggi sono caratterizzati da molto vento e poca acqua, forse è colpa dell’atmosfera inquinata di adesso. Ecco, una cosa distingueva il preludio al temporale di allora rispetto ad oggi: il silenzio. Adesso ti accorgi del tuono solo quando ce l’hai sopra, troppi rumori di macchine, trattori e così via, allora c’erano solo cavalli nei campi.
Dunque un giorno, si scatenò un temporale talmente violento che mi è rimasto impresso da ricordarlo tuttora, anche perché da piccolo ho sempre avuto una fifa da panico dei temporali. Il cielo era diventato verde, un vento tremendo e giù acqua, tanta di quell’acqua che non riusciva più ad uscire dal cortile, infatti dove abitavo io e nella maggior parte delle case era così: il pavimento della stanza dove si entrava in casa era sempre un quaranta-cinquanta cm più basso della strada e solo un gradino di quattro-cinque cm più alto della strada impediva all’acqua di entrare , ma quella volta l’acqua era veramente così tanta che allagò tutte le case. Finito il temporale, tutti avevano il loro da fare per togliere con i secchi l’acqua in casa.
Poi un altro episodio che ricordo in maniera incancellabile è quello in cui ho rischiato veramente di annegare. Era il mese di Ottobre, io e il mio amico Ezio Zanardini, un ragazzo della mia età che abitava anche lui nel cortile, avevamo una passione tremenda per le foglie autunnali. Mi spiego meglio: facevamo a gara a chi prendeva le foglie più belle, più grandi, più colorate che scendevano sull’acqua della roggia che attraversa il paese, la “villa chiara”. 
Un giorno, senza farci vedere da mia madre, la quale non voleva, perché sapeva che c’era pericolo, attraversammo la strada principale del paese e quindi , in possesso di due bastoni, scendemmo lungo la scaletta che portava ai “laander”, i lavandini dove le donne andavano a lavare la biancheria, perché naturalmente non c’erano lavatrici allora. Erano le undici e sottolineo quest’ora perché è stata fondamentale. Cominciammo a prendere le foglie che passavano veloci sulla corrente con il bastone.
Dopo un dieci minuti, Ezio ne aveva prese di più, perché era più alto di me e così io, per non restare indietro, cercavo di sporgermi il più possibile dal lavandino con il braccio per prendere le più belle che passavano in mezzo alla roggia. Ricordo che Ezio mi disse “Stai attento che puoi scivolare dentro”. Figuriamoci, avevo cinque anni e non sapevo neanche nuotare. Fatto sta che, o sono scivolato, o perché mi sono esposto troppo,ci sono finito dentro. Ricordo perfettamente, chiudendo gli occhi, che facevo le capriole nell’acqua, perché la corrente era forte ed io la deglutivo nel tentativo di respirare e cercavo di aggrapparmi ai sassi del fondale, ma non ci riuscivo. Poi la mia mano si aggrappò ad uno straccio sul fondo che mi fermò per un attimo, ma la corrente era troppo forte e mi strappò via. Quindi tra una capriola e l’altra, l’acqua mi trascinò per quindici metri. Non so proprio come ho fatto, ma con la punta delle dita sono riuscito ad aggrapparmi alla volta di uno dei tanti ponti ad arco romani che c’erano sulla roggia. Erano bassi e la maggior parte sosteneva anche le case e proprio ad uno di questi più bassi mi ero aggrappato.
L’acqua che mi entrava in bocca, le dita che sembravano incollate ai mattoni del ponte e che l’istinto non voleva mollare, io che cercavo di gridare per richiamare l’attenzione di tre giovanotti che stavano seduti sul cornicione del parapetto della strada, solo che, le poche volte che riuscivo ad emettere qualche parola, loro non mi sentivano, perché parlavano tra loro. Non so quanto ho resistito, ma sicuramente non avrei resistito a lungo. 
Ricordò però una cosa nitida: la figura di mio padre che si affacciava al parapetto ed il gran salto da più di tre metri nell’acqua, in pochi passi mi raggiunse, mi prese tra le braccia, mi baciò e tenendomi stretto mi portò a casa, dove arrivai congelato, subito accorse la gente e le donne del cortile che, asciugatomi e rimessomi a nuovo, mi misero a letto e qui mi buscai una bella polmonite. Più tardi, venni a sapere da mio padre che, siccome era usanza dei contadini di una volta terminare il lavoro alle undici e pranzare, stava iniziando a mangiare, quando il mio amico Ezio entrò in casa e spiegò , per quel poco che riusciva a fare, dato che da piccolo balbettava un po’, che ero caduto nella roggia e così era corso a vedere.
Mi sono preso uno spavento tale che non sono più riuscito ad imparare a nuotare, perché ancor oggi rivedo lo straccio che si staccava dal fondo e che la mente non è riuscita a cancellare.

 

 

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