Soncino, nello specchietto retrovisore

Ritratto di Massimiliano Magli

Avevo nello specchietto retrovisore l'immagine del castello di Soncino... Me lo lasciavo alle spalle mentre guidavo un'Audi 80 (figlia degli anni 80) e mio padre non sapeva, ma aveva in me - ora lo capisco, solo ora mentre allora pensavo di essere un furfante - tutta la fiducia e l'amore per un figlio che considerava grande e responsabile... Pur sapendo che in tutta quella grandezza e responsabilità potevano crescere tanti imprevisti opposti...
E in fondo mi è sempre andata bene, nonostante gli imprevisti. E con gran culo. Le mie fughe da casa - con una incoscienza, in realtà, da paura, perché guidare un'auto a 20 anni era ed è una follia, perché è follia vivere le nostre strade - erano davvero «brave» come si intende brava la vita di chi esplora...
E Soncino, dunque, Soncino...
Audi 80, verde gasolio, e la sola voglia di raggiungere questo paese era legata al desiderio di sentirsi un esploratore, soprattutto in un attimo: quello in cui lasciando via IV Novembre, lambendo l'incastellamento sforzesco, alzavo lo sguardo allo specchietto retrovisore, guardando il castello allontanarsi mentre davanti elencavo le alberature del viale.
Punto... Qui era tutto... Perché qui, pochi anni prima, eravamo io e qualche amico in motorino a raggiungere la Casa degli stampatori e la visita al castello. 15 anni... E ricordo ancora l'odore dei mandarini sulla stufa dei custodi ai torchi ebraici... E se ricordi questo, poi uno specchietto retrovisore ti ci vuole e ti ci vuole la macchina di papà... C'è un enorme, struggente cortocircuito tra l'amore che provo per mio padre, i fotogrammi dei suoi sorrisi, la sua saggezza e tutto questo ricalcato in mio figlio Zaccaria Faustino (Faustino come papà) che appaia altrettanta pacata saggezza alla dolce follia delle sue altrettante scintillanti sorelle, Anita e Agata. Allora Soncino, come Cremona, significano la fuga, significano i piatti che in questo borgo medievale senti battere dalle posate a mezzogiorno come in una realtà d'altri tempi...
C'è chi ha un cane, una vecchia vetreria quasi dismessa, una filanda che racconti, chi alleva radici come cani e chi cani come radici, chi sa di essere nel passato e «dio quanto odio questo passato», e chi «quanto amo questo passato tutto da respirare», e chi a scuola ci va in un palazzone che dio solo sa quanto avrei voluto frequentare... Quanto sei bella Soncino...
Quanti anni al Toby's pub in centro storico, poi nella nuova sede... Quanti anni a bere poco per non spender molto ai 5 Frati per sentirsi grandi, quanti anni qui per giocare a tennis o frequentare la piscina... Ho avuto il culo di vivere e raccogliere ovunque storie, battendo tutta la provincia a Brescia, Cremona, Bergamo, tutta l'Italia con la sola voglia di cercare e cercare... che gran culo se penso a chi ha cercato con meno strada la morte... Forse è per questo che amo il Mario Soldati televisivo senza nemmeno quasi conoscerlo. Forse è per questo che amo la biblioteca muta e solitaria nel cuore delle mura, dove arrivo, per la prima volta, pochi giorni fa, con l'intento di caricare il computer e il vuoto di persone mi muove a scegliere un libro, come a movimentare le utenze, a dare un senso a questo luogo sacro... e scelgo, a caso, «E il torto diventerà diritto» di Agnon.
E ricordo te, Maria Gallina, mia profe di matematica al Cossali di Orzinuovi, prima di raggiungere le Lettere... e ti ricordo così giovane e sdraiata a 60 anni nel tuo appartamento a ovest di Soncino.
La comunione dei santi... esiste... Dove non c'è presenza, è magnifico accendere un cerino... la presenza si farà... fosse pure di ricordi.

 

 

Vota l'articolo: 
Average: 3 (2 votes)