Il mistero del Caravaggio rubato

Ritratto di roberto parolari

Lo cercano i carabinieri, l’FBI, i servizi segreti del Vaticano, gli investigatori privati, i giornalisti d’inchiesta, i palermitani. Ma della Natività coi santi Francesco e Lorenzo, opera di Michelangelo Merisi in arte Caravaggio, non c’è traccia alcuna dal pomeriggio del 18 ottobre 1969, il giorno nel quale le sorelle Gelfo lanciarono l’allarme per la scomparsa dall’Oratorio di San Lorenzo di Palermo. Erano le collaboratrici del parroco don Rocco Benedetto, addette alle pulizie in preparazione della messa del giorno successivo. La tela era stata tagliata con una lama, sottraendola alla cornice che la ospitava sopra l’altare, e caricata su una motoape.
Da questo momento i misteri, le bugie, i depistaggi, le informazioni fuorvianti hanno superato di gran lunga la verità e i fatti oggettivi. Procediamo con ordine.
Datazione del dipinto
Il dipinto, un olio su tela delle dimensioni di 268 x 197 cm, era conservato nel suggestivo contesto dell’Oratorio di San Lorenzo che accoglie anche gli stucchi di Giacomo Serpotta. Caravaggio aveva soggiornato in Sicilia circa un anno tra il 1608 e il 1609, dopo l’evasione dalla fortezza di Sant’Angelo a Malta, in fuga da Roma a causa della condanna a morte per l’omicidio di Ranuccio Tomassoni avvenuto il 28 maggio 1606. In Sicilia incontrerà un suo amico, Mario Minniti, modello in alcuni dei suoi capolavori e pittore a sua volta, che lo aiuterà nei viaggi a Siracusa e Messina.
Non vi sono certezze riguardo una sua permanenza a Palermo, tant’è vero che la Natività sarebbe stata dipinta a Roma nel 1600, all’interno di Palazzo Madama dove il pittore viveva in quel periodo. L’avrebbe commissionata il mercante Fabio Nuti, come sostengono alcuni studiosi (in particolare Michele Cuppone, Caravaggio, la Natività di Palermo. Nascita e scomparsa di un capolavoro, Campisano editore, 2023). Anche il pittore bresciano Franco Balduzzi, un grande studioso del Caravaggio (ha una biblioteca caravaggesca con circa 200 volumi), non ha dubbi in proposito.
«Lo stile, le finiture dell’opera, i pigmenti sono in linea con le prime commissioni pubbliche, in particolare le tele che saranno collocate all’interno della cappella Contarelli, nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma – sostiene -; quando era in fuga lavorava sull’essenziale con pennellate veloci e nervose, anche l’abbigliamento dei personaggi era meno rifinito». 
Mi mostra una riproduzione dell’Ecce Homo, risalente al 1605 e conservato nel Palazzo Bianco di Genova, nel quale per il personaggio vestito con abiti aristocratici è stato utilizzato a suo parere lo stesso modello di Fra’ Leone, collocato a destra nella Natività. 
«Caravaggio utilizzava sempre gli stessi modelli – conclude -, ed in particolare Mario Minniti, Cecco Boneri, Annuccia Bianchini, Fillide Melandroni e la sua Lena Antognetti».
Prime indagini ed ipotesi
I ladri, che si erano introdotti nottetempo nell’Oratorio di San Lorenzo, non avevano incontrato eccessive difficoltà, in assenza di dispositivi antifurto e porte di sicurezza.
Il Prefetto di Palermo, massima autorità in materia di ordine pubblico, «…non aveva mai sentito parlare di quell’opera per lui misteriosa e di ciò dette conto alla stampa, dilungandosi sul suo dispiacere di non averla mai potuta vedere prima del furto» (Luca Scarlini, Il Caravaggio rubato. Mito e cronaca di un furto, Sellerio editore, 2012), essendo peraltro un suo ammiratore. 
«L'attività di polizia giudiziaria, di contro, si rivelò da subito frenetica e disomogenea, …le indagini sul furto del Caravaggio furono scarne e poco incisive» certifica la Commissione parlamentare antimafia nel 2018, che aveva avuto il merito di restituire attualità e interesse istituzionale alla vicenda. Francesco Marino Mannoia, in forza al mandamento mafioso di Santa Maria del Gesù (competente per territorio) capeggiato da Stefano Bontade, in un primo tempo dichiarò di essere l’autore della distruzione della tela, rovinata a suo dire dai tagli approssimativi fatti dai ladri per distaccarla dalla parete e dal successivo arrotolamento rudimentale. Una versione confermata dai collaboratori Salvatore Cucuzza e Gaspare Spatuzza; quest’ultimo in particolare riferì che era stata nascosta in una stalla e rovinata dai topi. Le informazioni di Spatuzza non erano state considerate attendibili dai commissari perché apprese de relato da un suo conoscente, a sua volta notiziato da altro soggetto. Vincenzo Grado, appartenente allo stesso mandamento mafioso di Mannoia, dichiarò «di essere stato interpellato per occuparsi del trasporto del quadro a Milano e, da lì, in Svizzera, anche se poi non seppe più nulla di tale progetto», seguendo i verbali della Commissione. Le indagini della polizia giudiziaria non avevano trovato alcun riscontro alle rivelazioni del pentito Vincenzo La Piana, secondo il quale il boss mafioso Gerlando Alberti (con il quale era imparentato) aveva seppellito la Natività nel terreno della propria villa, all’interno di una cassa di ferro. Mannoia, sentito dalla Commissione parlamentare, cambia la sua versione, sostenendo che il quadro l’aveva preso in consegna il mafioso Giuseppe Marchese, nascondendolo in una stalla di sua proprietà. Anche in questo caso i controlli delle forze dell’ordine, nella zona indicata, non erano state coronate dal successo. Il capolavoro del Caravaggio, nelle conclusioni della Commissione parlamentare, non era stato distrutto, nonostante la probabile divisione in più parti per agevolarne il trasferimento in Svizzera e la vendita nel mercato illegale dell’arte. 
La Commissione considera «altamente attendibile» la ricostruzione di Gaetano Grado (fratello di Vincenzo), che coincide in parte con le indagini della Procura di Palermo e con gli equilibri mafiosi nel periodo storico considerato. Sarebbe stato Tano Badalamenti, il più importante nelle gerarchie mafiose, a farsi consegnare la tela dai ladri dopo averne appreso dalla stampa l’ingente valore. Il boss di Cinisi l’avrebbe venduta successivamente ad un anziano mercante d’arte svizzero, riconosciuto in una foto segnaletica da Gaetano Grado.
Il sogno dei carabinieri del comando Tutela patrimonio culturale è di recuperare il capolavoro rubato a Palermo in una notte di pioggia, scrive il generale dei carabinieri Roberto Riccardi nel suo libro “Detective dell’arte. Dai monuments men ai carabinieri della cultura”, edito da Rizzoli nel 2019. E’ il sogno anche dell’FBI, che lo ha inserito al secondo posto della sua top ten art crimes
( https://www.fbi.gov/investigate/violent-crime/art-crime/fbi-top-ten-art-... ), immediatamente dopo i reperti saccheggiati in Iraq nei siti archeologici e nel Museo Nazionale. Quindi in assoluto è il quadro più ricercato al mondo, con un valore stimato di 20 milioni di dollari, sicuramente sottovalutato rispetto al mercato dell’arte immortale. Infatti la Donna con l’orologio di Pablo Picasso è stata venduta all’asta da Sotheby’s a New York per 139,3 milioni di dollari nel novembre dello scorso anno.
La Natività non è stata dimenticata dal volontariato, che in questi anni si è speso con intelligenza e impegno nella valorizzazione dell’opera trafugata e del contesto culturale che la ospitava. E’ il caso dell’associazione Amici dei Musei Siciliani, che non a caso ha sede presso l’Oratorio di San Lorenzo, in via Immacolatella al numero cinque, che gestisce.  
«Crediamo che l'aver voluto seguire la pista mafiosa sia stato, alla luce delle mille fantasiose versioni fornite, un errore investigativo che ha fuorviato le indagini lasciandole in mano ad improbabili personaggi; sulla scorta di analisi ragionate sui modi e sui tempi dell'azione criminale riteniamo che la mafia, se coinvolta, possa soltanto avere avuto un ruolo logistico e che l'ipotesi di un furto su committenza debba avere una rilevanza ad oggi inesplorata», dichiara senza mezzi termini il suo Presidente Bernardo Tortorici di Raffadali. «Riteniamo e speriamo che il quadro sia ancora in vita da qualche parte nel mondo; non ci arrendiamo alla sua assenza ed infinite, nel corso degli anni, sono state le iniziative che abbiamo portato avanti nel tentativo di mantenere i riflettori accesi su questa incredibile storia», conclude, ritenendo che la fortuna o il caso possano essere decisivi per il ritrovamento.


Conclusioni
E’ difficile immaginare una storia meno intricata di questa, in perfetta sintonia con il protagonista principale, che in vita ne aveva viste e combinate di tutti i colori, facendosi perdonare per il suo genio. Il mancato ritrovamento della Natività fa il paio con la fine misteriosa del pittore, che sarebbe morto nel luglio 1610 a Porto Ercole in circostanze avvolte dal mistero. Era in attesa spasmodica della revoca della condanna capitale da parte del papa Paolo V, considerata imminente dai suoi potenti protettori, che lo aveva costretto a vagabondare tra Napoli, Malta e la Sicilia dove aveva comunque lasciato testimonianze uniche della sua arte. Il condono era giunto postumo da parte dei milioni di appassionati che ancora lo amano e affollano i musei e le chiese che espongono le sue opere. Anche l’Oratorio di San Lorenzo, nonostante la mancanza della tela (sostituita da una copia in altissima definizione), conta un numero importante di visitatori. Aveva ragione Leonardo Sciascia nella trasfigurazione narrativa a intitolarla “Una storia semplice”. Cosa c’è di più semplice di una serratura malandata posta a protezione di un capolavoro, oppure del balletto dei pentiti con dichiarazioni contenenti più ombre che luci, le storie dei millantatori, le false rivelazioni? 
Non avevano aiutato all’epoca i cattivi rapporti tra il Soprintendente e don Rocco Benedetto, quando il parroco era stato contattato dai ladri per intavolare una trattativa. Delle tracce investigative importanti erano andate perdute per sempre. Non è credibile, condividendo in ciò l’opinione del Presidente dell’associazione Amici dei Musei Siciliani, che in un quartiere “controllato” come la Kalsa dei ladri abbiano potuto asportare un capolavoro senza l’autorizzazione dei capimafia. Peraltro in un contesto storico e geografico nel quale il furto e l’asportazione di opere d’arte e reperti archeologici era diventato un grande business per le organizzazioni criminali, calcolato in un numero di 4248 furti d’arte in Sicilia nel periodo 1967-1972 dal saggista e drammaturgo Luca Scarlini, un profondo conoscitore delle traversie della Natività. La suddivisione della tela in 4 o 6 parti, delle quali scrive la Commissione parlamentare antimafia nel 2018 sulla scia delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaetano Grado, non avrebbe dovuto far aumentare proporzionalmente le possibilità di ritrovamento in un arco temporale di 54 anni? O almeno di uno dei pezzi? Peraltro nello stesso periodo l’azione delle forze dell’ordine nazionali (a partire dai 300 detective dell’arte in forza al comando Tutela patrimonio culturale)) e della cooperazione internazionale si è intensificata con un numero significativo di indagini positive, salvataggi e ritrovamenti. Il lavoro della Commissione parlamentare antimafia, guidata da Rosy Bindi, è stato comunque significativo per una riaffermata sensibilità delle Istituzioni a difesa dell’arte ferita e per dare nuovo impulso alle indagini di magistrati e investigatori. 
«Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia», riprendendo in conclusione l’aforisma dello scrittore e drammaturgo Friedrich Dürrenmatt, che Leonardo Sciascia aveva scelto come epigrafe di “Una storia semplice”.

Vota l'articolo: 
Non ci sono voti