Seconda parte dell'intervista esclusiva del Giornale di Chiari al guru della patologia americana

Il Professor Blair Holladay torna a rispondere alle nostre domande sul Coronavirus
Ritratto di Benedetta Mora

SECONDA PARTE

Statunitense ma affezionato all'Italia e soprattutto a Chiari, città di residenza del suo grande amico Augusto Pellegrini, Presidente dell'omonima Fondazione con la quale sta collaborando da mesi sull'onda dell'emergenza Coronavirus, il Prof. Holladay é l'Amministratore Delegato della Società Americana di Patologia Clinica, una delle più grandi associazioni mediche del mondo, che conta più di 100.000 associati. Quella che vi proponiamo di seguito è la seconda parte della lunga intervista rilasciata al nostro giornale.

In queste ore si rincorrono le notizie di un primo possibile vaccino contro il Covid-19 pronto già a settembre, e in questo caso è l'Università di Oxford a dettare i tempi. I primi risultati della sperimentazione condotta dal famoso Ateneo inglese sembrano incoraggianti. Negli Stati Uniti anche l'ASCP e i suoi medici, con i colleghi di altre nazioni, stanno lavorando alacremente su questo fronte. Quali potrebbero davvero essere le tempistiche? «Potrebbero volerci tra i 12 ed i 18 mesi. Circa 50 aziende ed Istituti Accademici in tutto il mondo sono impegnati nello sviluppo del vaccino, incluso l’Istituto Nazionale di Allergie e Malattie Infettive degli Stati Uniti. Lo sviluppo del vaccino non può essere riprodotto in massa come con i vaccini per l’influenza tradizionale perché questo nuovo virus a RNA non può essere prodotto iniettandolo nelle uova (come succede con il vaccino dell’influenza) perché il virus non si replica nelle uova. Malgrado ciò, si lavora alacremente in tutto il mondo per sviluppare un vaccino efficace che possa essere verificato nei test clinici, e molti degli scienziati che vi partecipano sono membri dell’American Society of Clinical Pathology, e non solo negli Stati Uniti». Ora come ora gli unici strumenti che abbiamo a disposizione sono farmaci che già esistono: antivirali contro l'Hiv e contro l'Ebola: due virus che in Africa, continente che voi avete monitorato da vicino con il progetto “Partners for Cancer Diagnosis and Treatment in Africa”, mietono ancora migliaia di vittime. Come sono fino ad ora i feedback sull'adozione di questa terapia? «Nel corso degli ultimi dieci anni, vi è stato un drammatico cambiamento verso la sopravvivenza dei pazienti HIV in tutto il mondo, e specialmente nell’Africa Sub-sahariana. L’efficacia dei vari cocktails terapeutici ha oggi raggiunto il successo che concede alla maggioranza degli individui positivi all’HIV di sopravvivere, a questo punto indefinitamente, a patto che continuino la terapia per tutta la vita. Per quanto riguarda l’Ebola, attualmente non esiste un farmaco antivirale approvato dalla FDA (L’Agenzia Americana del farmaco) per curare il virus dell’Ebola». Hiv ed Ebola, tra l'altro, non sono ancora stati debellati ma semplicemente contenuti. Possiamo immaginare uno scenario simile anche per il Covid-19? «Sì, questo e’ uno dei possibili scenari, ma è più probabile che un vaccino sia sviluppato per via della natura nella quale questo nuovo Coronavirus si replica, quanto poco muta e le conosciute sequenze genomiche».

 

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