La morte di Kirk 

E le sue parole: «le morti per armi da fuoco sono un prezzo sfortunato ma accettabile»
Ritratto di Massimiliano Magli

Il 10 settembre in America Charlie Kirk è stato ucciso in una sparatoria durante un incontro all’Utah Valley University, un momento ripreso con i cellulari e già diffuso sui social. Non condividerò quel video. È orribile, l’omicidio politico è sempre una tragedia e va condannato senza esitazioni, chiunque sia la vittima.

Il voler invece far passare la vittima per un martire della libertà di pensiero, quello è  un altro discorso ed è una menzogna a cui dobbiamo prepararci ad essere esposti per i prossimi mesi.
Per chi in Italia non lo conosceva, vale la pena chiarire chi fosse. Charlie Kirk era un attivista dell’estrema destra americana, anti-abortista, vicino a posizioni suprematiste bianche, ostile ai palestinesi, pro-armi e soprattutto volto mediatico e co-fondatore di Turning Point USA. Non parlava per amore delle persone o delle idee, ma aveva trasformato in business l’organizzazione di eventi propagandistici nei campus, vere campagne di predicazione e indottrinamento giovanile. Erano incontri sponsorizzati da partiti e
movimenti di destra estrema in cui lui si confrontava con studenti a volte poco preparati, scegliendo spesso di ridicolizzarli e umiliarli davanti al pubblico, soprattutto quando lo contraddicevano. Nessun rispetto per le minoranze, negava tutto, dai vaccini all’esistenza della Palestina, pur di creare audience e polemica. Gli eventi erano il suo unico lavoro, monetizzava ogni risposta andata a segno contro uno studente divulgandola ovunque sui canali social per spingere di più la sua immagine. E più spingeva più lo pagavano per fare altri eventi. 
Amava trasformare la crudeltà in virtù e aveva fatto della disinformazione giovanile il suo modello di business. Definiva l’empatia “un termine inventato, da New Age”, negando la legittimità stessa della compassione, come se la sensibilità verso gli altri fosse una cosa da “Woke” (liberale o di sinistra), un ostacolo del nostro tempo da eliminare.
In un evento di Turning Point disse che “Martin Luther King Jr. era terribile, non era una brava persona”, riducendo una delle figure morali più importanti della storia americana a una caricatura buona solo per discorsi da bar.
In un incontro ad Oxford definì “sick and awful” il fatto che una ragazza trans di 14 anni potesse sottoporsi a chirurgia, riducendo il dramma e la complessità della vita delle persone transgender a uno slogan sprezzante. Nei suoi discorsi tornava spesso su questo tema con toni di disgusto, offrendolo come facile bersaglio a chi non conosce davvero cosa significhi vivere la disforia di genere e il dolore che comporta.
Sul tema dei diritti civili arrivò a dire che il Civil Rights Act del 1964 era stato “un enorme sbaglio”, accusandolo di aver creato una burocrazia permanente legata alla diversità e all’inclusione, come se la conquista dei diritti fondamentali per tutti fosse stata un passo falso della società moderna.
In un’altra occasione dichiarò di sentirsi “preoccupato” se il pilota del suo aereo fosse nero. Una delle sue frasi più controverse, ma di certo non la peggiore. Con il suo solito razzismo implicito mai velato, trasformava la paura e il pregiudizio in spettacolo politico, normalizzando davanti a giovani platee l’idea che la diversità equivalga a minore capacità.

Sceglieva con cura i campus e il pubblico, puntando platee giovani spesso disinformate o con svantaggi culturali e sociali, oppure sale composte da sostenitori selezionati dagli organizzatori. Cercava il format del confronto spettacolarizzato, utile a montare clip in cui apparisse dominante, aggressivo, infallibile. Quest’anno, però, a Oxford la formula si è incrinata, lì il pubblico non era impreparato né compiacente come in molti campus americani, e le sue tesi sono state smontate su più fronti. C’è chi oggi, con amara ironia, dice che il suo omicidio sia solo la seconda cosa peggiore che gli sia capitata dopo Oxford.
Anche sulla violenza armata le sue parole sono rimaste impresse, dopo una sparatoria scolastica nel 2023 sostenne che le morti per arma da fuoco negli Stati Uniti (prima causa di morte infantile in Nord America, più dei tumori) fossero un “prezzo sfortunato ma accettabile” pur di difendere il Secondo Emendamento, definendolo un compromesso “prudente” e “razionale”. E pare ironia della sorte che sia stato colpito proprio mentre rispondeva a una domanda sulle vittime delle stragi scolastiche con sarcasmo, dicendo, “Beh, vogliamo contare anche le morti per gang armate?”. Quelle parole così ciniche sono state le sue ultime. Sminuire gli altri e togliere ogni compassione gli è rimasto impresso sulle labbra fino alla fine.

Un giornalista online commentava così la sua morte, “ I don’t support what happened to Charlie. But Charlie supported what happened to him” - Io non giustifico quello che è successo a Charlie, ma Charlie giustificava quello che gli è successo -

Charlie Kirk lascia ora al suo Paese un’eredità di divisione, parole affilate come lame ripetute più volte e immortalate per sempre nei suoi video YouTube, ora più popolari di prima. Parole gridate su palchi pieni di ragazzi, che imparavano a ridere e ad applaudire davanti al disprezzo e alla negazione di ogni virtù.
E non facciamo finta che la violenza ‘made in U.S.A’ sia da un solo lato. Il 14 giugno 2025 la deputata democratica del Minnesota Melissa Hortman e suo marito Mark sono stati uccisi in un orribile attacco politico, mentre il senatore John Hoffman e sua moglie Yvette sono rimasti feriti nello stesso episodio. Ne avete sentito parlare? Probabilmente no. Non essendo star repubblicane o influencer, per loro Trump non ha fatto mettere la bandiera a mezz’asta, come invece ha fatto ora per Kirk.
Kirk diceva che l’empatia è falsa, che un’icona dei diritti civili era “terribile”, che alcune morti per arma da fuoco erano un prezzo accettabile. Il suo lascito è chiaro, il costo di quella retorica è reale.
Le condoglianze vanno alla sua famiglia, ai suoi due figli. Perché loro, non lui, porteranno il peso più grande di questa tragedia e del suo lascito.

*Daniel Gualeni vive in California a Palm Springs. Dopo la laurea magistrale in Ingegneria meccanica e quella magistrale in Product Design, è cresciuto come sviluppatore di prodotti dal 2004, Progettista di illuminotecnica dal 2010, è docente di progettazione sostenibile dal 2012. 

 

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