Corrado Bertoli, la bandiera palazzolese
Corrado Bertoli oggi è il punto di forza della Pro Palazzolo guidata da Corsini, in lotta per la promozione nel campionato di Terza categoria. Da ragazzo palazzolese doc ha iniziato la sua carriera proprio in riva all’Oglio, luogo a cui è rimasto legato, tanto che dopo aver girato a lungo tra la nostra provincia e quella bergamasca ha deciso che il momento era giunto.
L’idea di tornare a fare il calciatore dove aveva iniziato da bambino era un chiodo fisso nella sua testa: sarebbe ritornato a finire la carriera nella sua Palazzolo.
E così ha fatto, anche se ha dovuto fare un salto all’indietro non da poco, ben cinque categorie, pur di finire a giocare la dov’è partito. Corrado aveva lasciato la sua città nel 2002, andando a giocare nel Castelcovati. In seguito la sua carriera è continuata per 5 anni al Sarnico, con il mister Mario Donelli ex giocatore della Pro Palazzolo, 2 anni a Brusaporto, vincendo il campionato e militando in Promozione ed Eccellenza, 3 anni a Villongo, vincendo il campionato di Promozione. Corrado ha vissuto il calcio, anche se dilettante, come un professionista. Per tornare a casa ha fatto una scelta non da tutti: 5 categorie di differenza sono tantissime, ma lui è legato alla Pro Palazzolo e quando ha incontrato i dirigenti palazzolesi, ha capito subito che il progetto era serio e non ci ha pensato due volte ad accettare.
Purtroppo un malanno al piede lo ha tormentato quasi tutto il girone di andata, in questo campionato, ora pare che tutto sia risolto ed è pronto a prendere il suo posto in mezzo al campo e guidare la Pro verso il salto di categoria. q
Ecco come Corrado racconta la sua esperienza da calciatore rispondendo alle nostre domande. Iniziamo con un bilancio della tua carriera, sei soddisfatto di quanto fatto in questi anni?
«Credo di si! Ho giocato al massimo delle mie potenzialità. Aver giocato in Eccellenza, Promozione e disputato qualche partita in serie D è motivo di orgoglio: mi sento soddisfatto. Ho vinto tre campionati, ho fatto sette o otto finali playoff. Dove ho giocato, ho sempre instaurato buoni rapporti con tutti: penso sia la cosa più importante e bella del calcio».
Se tu ritornassi bambino inizieresti ancora a giocare a calcio?
«Penso proprio di sì, perché è una cosa che hai dentro. Ho iniziato qui, a Palazzolo, a sette anni con la scuola calcio: sono andato quasi per caso, perché giocava mio cugino e ho provato anch’io. Da quel momento non ho più smesso. Penso che quando uno nasce gli fanno una punturina, a me hanno fatto quella del calcio. Probabilmente senza calcio sarebbe stata dura, se tornassi ancora indietro giocherei di nuovo al calcio».
Ti senti più centrocampista o punta?
«Più centrocampista direi, in principio ero un giocatore più offensivo, poi con il passare degli anni, come spesso accade, si matura e aumenta l’esperienza e, in campo, si cerca di dare più equilibrio alla squadra. Comunque, sono sempre stato un centrocampista, il mio ruolo è quello».
Nei tuoi anni da calciatore, qual è stato il tuo anno migliore?
«L’anno migliore è stato a Brusaporto nel 2011 quando abbiamo vinto il campionato di Promozione: in quella stagione abbiamo fatto 26 vittorie, 4 pareggi e nessuna sconfitta. Abbiamo fatto un piccolo record per la Lombardia nei campionati a sedici squadre. È stata una grande soddisfazione, perché annate così sono molto rare».
Perché sei tornato a Palazzolo?
«Diciamo che la voglia di tornare a Palazzolo l’avevo da qualche anno: tenevo sempre d’occhio la situazione della squadra, anche se erano anni un po’ travagliati a livello societario. Quando ho saputo che era partita questa nuova società, ho continuato a seguire l’andamento della squadra e ho visto che lo scorso anno ha fatto un grande girone di ritorno. Questa estate ho fatto una scelta importante: invecchiando, visti i problemi di lavoro giocare in Eccellenza è incominciato un po’ a pesare perché fare tre allenamenti a settimana è dura. In estate ho pensato che potevo cercare qualche altra soluzione, un po’ più agevole che mi permetteva di tirare un po’ il fiato.
Un giorno ho incontrato un amico che era venuto a parlare con la società della Pro Palazzolo, le sue parole mi ha fatto un’ottima impressione. Allora ho pensato di vedere se c’era la possibilità di tornare, facendo il salto all’indietro di cinque categorie, che mi hanno sconsigliato tutti. Inizialmente sono stato contattato dal direttore sportivo Gheda, che mi ha presentato tutta la società: del progetto sono rimasto francamente sorpreso, non mi sarei mai aspettato che una società di terza categoria avesse le idee così chiare. Poi ho incontrato il presidente Facchetti, che mi ha fatto un’ottima impressione, come persona: ci tiene a fare le cose per bene, fare calcio seriamente.
Da quel momento ho iniziato a pensarci, anche se la Terza categoria si pensa che sia in campionato di poco valore, almeno tatticamente. In seguito ho parlato anche con l’allenatore Corsini, che ho conosciuto quando io giocavo nel Brusaporto e lui allenava il Villongo. Anche lui mi ha spiegato che la Terza categoria non è cosi brutta come si pensa. Dopo aver parlato con il presidente, il direttore sportivo e l’allenatore ero sicuro: francamente mi hanno conquistato. Mi sono detto, facciamo questa pazzia per tornare a giocare nella squadra della mia città. Anche se ho avuto tutti contro perché mi davano del pazzo. Però francamente sono contento della scelta che ho fatto».
Una pazzia, come hai detto, nel bene o nel male?
«Sicuramente nel bene, perché sono stato sorpreso dell’organizzazione della società, dal gruppo dei ragazzi. Dico, un gruppo di veri ragazzi, sinceri, uno dei migliori gruppo di giocatori che ho incontrato finora in carriera.
Me lo avevano parlato bene ed ho toccato subito con mano, già dai primi allenamenti che ho fatto con loro. Pensavo di essere venuto a Palazzolo per fare un po’ di chioccia a questi ragazzi, invece sono stati loro ad adottare me ed è stato molto bello».
Durante la tua carriera hai mai pensato di fare il professionista?
«C’era stata l’occasione quando il secondo anno di serie D abbiamo vinto i playoff con il Palazzolo, in panchina c’erano Stefano Baitelli e Silvano Gafforini. Quell’anno c’è stato il caso del Rodengo Saiano, che aveva comprato la partita con il Sant’Angelo Lodigiano, e non eravamo sicuri di essere ripescati nei professionisti.
Poi il Palazzolo era stato ripescato a fine agosto, c’è stato a quel tempo il passaggio con la nuova proprietà. I nuovi dirigenti ci tenevano ad avere un ragazzo giovane e palazzolese in squadra. Però avevo iniziato a fare l’università ed avevo qualche problema: l’impegno di fare quattro allenamenti alla settimana era pesante, ho parlato con i miei genitori che mi hanno fatto capire che l’università era più importante del calcio dicendomi che, se riesci a far tutte e due le cose, siamo contenti anche noi e per te. Però mi dicevano anche che se fai una cosa devi farla bene: a quel punto ho scelto di fare l’università. In quell’estate avevo deciso di smettere.
A fine agosto il Palazzolo è stato ripescato ed il Castelcovati mi ha chiamato. Ero a dieci minuti di strada, ci si allenava la sera e riuscivo ad abbinare studio e calcio».
Per quanto fatto nella tua carriera, ti senti di ringraziare qualcuno?
«Sicuramente: nel settore giovanile qua a Palazzolo ringrazio Giuseppe Raccagni. Ringrazio anche Stefano Chiari: è stato lui a prendermi dalla Juniores e lanciarmi in prima squadra facendomi esordire in Sardegna, perché nel nostro girone c’erano le squadre sarde. Ricordo che avevo guadagnato anche un rigore, ma abbiamo perso ugualmente 2-1.
Come allenatore direi che il più importante l’ho avuto a Sarnico, è Massimiliano Maffioletti che mi ha fatto insegnare a stare in campo e mi ha preso nel momento della maturità, avevo 24/25 anni e mi ha insegnato molto».
Il futuro? Finisci qua a Palazzolo?
«Sicuramente! E giocherò fin che riuscirò e mi sopporteranno.
Spero anche di scalare qualche categoria mentre sono ancora giovane. Trasmettendo ai giovani l’entusiasmo che io ho, e che i vecchi hanno trasmesso a me».













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