Polmoniti “sospette” prima dell’emergenza ad Alzano Lombardo

Le risposte dell’Ats di Bergamo sui 110 “Codici 486”
Ritratto di roberto parolari

Con il “Codice 486” sono indicate nelle strutture ospedaliere le diagnosi di polmoniti da “agente non specificato”. Nell’ospedale di Alzano Lombardo tra il mese di novembre del 2019 e il mese di gennaio del 2020 sarebbero state registrate con questo codice 110 polmoniti, che ora sono materia di indagine da parte della Procura di Bergamo che sta lavorando all’inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria legata al Coronavirus nella provincia bergamasca. Quello che i Pm bergamaschi vogliono appurare è se il Covid-19 fosse presente nell’area della Val Seriana prima del 23 febbraio, quando all’ospedale di Alzano Lombardo i tamponi portarono ad individuare i primi due malati. Una possibilità che rinforzerebbe i dubbi sulla gestione dell’emergenza o almeno sul ritardo con cui sia stato dato l’allarme. Anche perché paragonando i dati del 2019 a quelli del 2018 si è registrato un aumento dei codici 486 del 30%: in dodici mesi si è passati da 196 casi a 256.
A rendere noti i dati è stato il consigliere regionale di Azione Niccolò Carretta che, con un’interrogazione al Governatore Fontana e all’assessore al Welfare Massimo Gallera, aveva chiesto chiarimenti sulle procedure e i protocolli attuati in occasione dell’emergenza Coronavirus presso l’ospedale di Alzano Lombardo. Sulla sua pagina facebook il consigliere Carretta ha pubblicato le risposte alla sua interrogazione, con le relative relazioni, che sono state firmate dall’assessore Gallera, dal direttore generale dell’Ats Bergamo Massimo Giupponi e dal direttore generale Francesco Locati.
«Una vera e propria ondata di polmoniti "strane" è quella che ha travolto la Val Seriana nei mesi che hanno preceduto l’emergenza sanitaria – ha commentato il consigliere Carretta -; forse un campanello d’allarme doveva suonare, cosa non ha funzionato a livello regionale? E a livello governativo nazionale? Adesso andiamo avanti, servono i dati di tutta la provincia di Bergamo, il territorio più colpito, e quelli di tutta la Lombardia, ma anche di tutti quei malati che hanno segnalato al pronto soccorso o al medico di base i problemi respiratori in quel periodo. Occorre che la politica sia chiara e trasparente, specialmente dopo una crisi sanitaria di questo calibro».
I documenti, che sono oggetto di indagine da parte dell’Autorità giudiziaria con la quale l’Ats sta collaborando per tutti gli aspetti di sua competenza, spiegano le procedure adottate dall’Agenzia della Salute di Bergamo dopo che è stato verificato il primo focolaio nel lodigiano. Dopo l’accertamento di 15 casi tra il 20 e il 21 febbraio nel lodigiano la direzione dell’ASST Bergamo Est, di cui fa parte il Presidio Pesenti Fenaroli di Alzano Lombardo, «in data 22/02/2020 – si legge nel documento - decideva di procedere all’effettuazione di tamponi su pazienti ricoverati nel presidio stesso con diagnosi di accettazione polmonite/insufficienza respiratoria, pur in assenza dei parametri definiti dalla Circolare del Ministero della Salute del 27/01/2020 per la definizione di “caso sospetto”». L’Ats di Bergamo spiega anche che i parametri per indentificare i “casi sospetti” sono stati cambiati dal Ministero della Salute con una circolare del 27 gennaio. Fino al 22 gennaio i tamponi dovevano essere effettuati a ogni paziente sospetto, mentre dal 27 gennaio su suggerimento dell’Oms i parametri cambiano: si indica di testare solo chi era stato in Cina a Wuhan o ha avuto contatti indiretti con persone che avevano viaggiato. I casi di contagio nel lodigiano e all’ospedale di Alzano sono stati scoperti non rispettando il protocollo inviato il 27 gennaio. 
Tra i documenti resi noti dal consigliere di Azione c’è la risposta del direttore generale di Ats Locati che ha  comunicato che «dall’analisi del flusso SDO relativo al periodo 01/12/2019 - 23/02/2020, nel presidio ospedaliero “Pesenti Fenaroli” di Alzano Lombardo risultano 145 dimessi con diagnosi ricomprese tra i diversi codici utilizzati dal sistema di classificazione delle malattie di polmonite. La maggior parte di queste tuttavia, risultano avere in diagnosi principale il codice 486 "Polmonite agente non specificato" (92 nel periodo preso in considerazione). La semplice analisi della scheda di dimissione ospedaliera non consente di poter ascrivere tale diagnosi a casi di infezione misconosciuta da Sars Cov-2». Solo sottoponendo a tampone i pazienti sarebbe stato possibile avere una diagnosi certa e sapere se quelle polmoniti fossero provocate dal Covid-19.
In una nota del 30 giugno l’Ats di Bergamo ha ribadito che «gli esiti del lavoro sui ricoveri, in sintesi, consentono di affermare con discreta ragionevolezza come non siano riscontrabili evidenze statistiche tali da produrre il sospetto di una presenza precoce di ricoveri per polmoniti da Sars Cov-2 nella Provincia di Bergamo nei mesi di dicembre 2019 e nel bimestre gennaio e febbraio 2020 (confrontati con lo storico degli anni 2017 e 2018); si evidenzia inoltre un chiaro effetto di stagionalità in tutti e tre gli anni pre-2020 analizzati». Non solo, l’Ats di Bergamo ha anche evidenziato che le variazioni «comparate con i trend storici a partire dal 2017, non forniscono elementi sistematici per affermare l’evidenza della presenza di ricoveri per polmoniti 'COVID-like' di rilevante entità nei mesi di dicembre-2019 e gennaio-2020». 
L’aumento di ricoveri è invece evidente nei mesi di marzo ed aprile, quando è esplosa l’epidemia. Dati che sono già al vaglio della Procura di Bergamo, che sta indagando sulla gestione dell’emergenza Coronavirus.
 

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