Essere, soltanto essere

Ritratto di Redazione

Esistono miliardi di cause e di motivi per essere depressi. Ma esistono ancora più cause per essere colpiti dalla depressione (la differenza è sottile ma immensa) o da un disagio mentale (il termine malattia è ancora oggi non adeguato per la cultura che si ha della malattia). Nella mia vita ho affrontato piccoli calvari e momenti di enorme difficoltà ma non ho mai avuto la sensazione di non potercela fare, perché fino in fondo la spina dorsale emanava, giocando col mio cervello, una semplice "puntita" espressione di sorpresa: "Sono curioso di capire". E' stato solo un gran culo.

Quando subii un trauma grave a un arto, affrontai una dolorosissima operazione in una di quelle cliniche dove ti trattano da macellai:  non sapevo né che ero da un macellaio né che era un intervento che era routine soltanto per sportivi super pagati. Ma ci misi poco per rendermene conto. Guardai mio fratello che era incredulo e gli dissi: "E' una forma di cultura anche questa".
Quando non hai nemmeno 16 anni e ti trovi per giorni morfina addosso per il dolore che provi ci sono tante reazioni. Per un ragazzo normale di quelli che come me avevano voglia di vivere ma anche tanti interrogativi e struggenti timori di perdere la propria famiglia, mi bastò pensare che di lì a poco sarei tornato a casa con una pizza a tavola con i miei e i film di Pozzetto. Più avanti, quando hai dei figli da mantenere, sei ormai orfano e hai responsabilità assurde da sopportare e magari un primo tumore da affrontare è immensamente diverso, sia che il tumore sia nel corpo sia che sia nell'anima. Come quando scegli di dormire a fianco di tuo padre ammalato in ospedale e a fianco di tua madre e la mattina tua madre ti sveglia dicendoti con tutta tranquillità che «papà non si sveglia ma respira non ti preoccupare» e corri da lui, provi la saturazione e in un attimo è tutto finito.

Arrivò la mia reazione, grazie al cielo per quella gamba, e con notevoli sofferenze, anche nei momenti più bui...
Meno per la scomparsa di mio padre... che poche ore prima guardai negli occhi per infiniti secondi che pochi giorni prima raccolse il mio disperato urlo «ti amo» al telefono mentre mi allontanavo dall'ospedale.

Credo con disperante certezza che chi ricorra al suicidio, chi incappi nella depressione o in un'ansia mastodontica spesso è un fiore in mezzo a una tempesta, rispetto a tante pietre (non perché meno sensibili per loro volontà ma per costituzione d'anima e ambientale). Le pietre sono anche chi un giorno poi diventa fiore. Le pietre sono Primo Levi costretto come disse all'istinto di sopravvivenza dal Lager che non dava tempo alla riflessione e poi disposto a togliersi la vita, come è probabilmente stato, dalla sofferenza che lascia tempo alle riflessione, di un fiore appunto.
Pietre e fiori e poi ancora pietre, come  Gino Paoli che alla depressione ci arriva al punto di spararsi un colpo al cuore. Sopravvive e da quel giorno vive, nel suo personalissimo modo, con un proiettile nel pericardio.

Penso con enorme devastata tenerezza ai suicidi. Li ho frequentati come ciò che avevo di più caro e proprio per questo non posso che domandarmi in continuazione, non perché l'abbiano fatto, ma come magnifici e imperscrutabili siamo fatti, fottendo ogni sistema e ogni genere di legge che come tale è solo la presunta e tentata codifica di un comportamento e di una norm-alità ossia di un essere che viene normalizzato per statistiche.
Se tutti ci suicidassimo, in sostanza, la normalità sarebbe questa. Funziona così in tutto, nella grammatica come nel codice civile, ma facciamo finta di non saperlo, o spesso lo ignoriamo. Ma è così, chiedete ai grammatici e chiedete agli psichiatri come ai legislatori.

Vittorino Andreoli ha detto che la psichiatria è soltanto un lampione nella notte: ciò che sappiamo è solo il metro quadrato intorno al lampione rispetto a un'intera strada buia. Credo sia la più importante ammissione di limitatezza di una scienza nella quale abbondano i ciarlatani ma anche semplicemente gli ottimisti, oppure ancora i prudenti che tengono un distaccato rapporto rispetto a chi soffre pensando che persino l'abbraccio (che Andreoli dichiara di essere il suo primo modo di accogliere) sia un'interferenza pericolosa.
Questo mi ricorda proprio ciò che mi ha sempre detto mia madre delle teorie pedagogiche e psicologiche della sua età: «Ci dicevano di non coccolarvi troppo né di abbracciarvi spesso perché avreste rischiato di essere danneggiati».
Oggi molti possono sorridere a questa frase, ma è stata detta e proposta e spesso ha prodotto dei mostri oltre che identificato come mostri chi l'ha predicata. Non solo: è ancora invalsa come è vero che fior di psicologi si ostinano a dire che tanti abbracci e baci ai propri figli possono creare vulnerabilità. Come pure l'ansia per un figlio fuori casa ecc. ecc.

Ho due figli, presto un terzo. Il primo figlio dimostra una sensibilità straordinaria, la seconda è una selvaggia con una definizione del carattere impressionante in termini di ribellione. Ma credo anche che quest'ultima abbia sensibilità recondite insospettabili.
E' così da quando avevano 12 mesi: chi ha fatto la differenza? Dio, la luce, la scoreggia di una galassia, il biberon? Di certo non noi genitori. Se volete spendere migliaia di euro per capire come mai i vostri figli sono tanto diversi, andate da uno psicanalista e non troverete una risposta, magari se lo psicanalista è anche un amico troverete lui con voi a crucciarsi di non poter capire e a fare della non comprensione un motivo per andare avanti e amare un universo, stellare o cerebrale, che ancora oggi spalanca squadernate di sorprese alla scienza.

Robin Williams mi ha spinto a tornare a scrivere un editoriale dopo mesi. Duro e faticoso per il tempo che mi sovrasta e mi cattura con la mediocrità delle cose che hanno un peso lordo immenso e  un peso netto pressoché nullo. Gestire una famiglia, un'azienda, mille informazioni è spesso questo peso lordo, perché gestire non è amare. Me lo conferma mio figlio che spesso quando mi parla dai sedili posteriori di un'esistenza mobile si ferma e mi chiede «papà sei in casa?».
Oggi sì Zachi, sono in casa, e ho deciso di scrivere anche per te e per tua sorella e per quella che verrà come per tutti quelli che leggeranno queste parole.
Ho il dono discreto di una certa capacità di analisi e so che queste parole faranno bene a tanti, quanto meno a sentirsi meno soli, meno spaesati. Ma non per questo a far sentire meno solo e incredulo io («me» è un pronome inadatto qui). Ma ho gli anticorpi di quella maledetta tara che si chiama curiosità e andrò avanti sempre e ogni giorno anche per voi, miei lettori, occhi che si aprono a leggere parole che, sappiatelo, non mi appartengono, ma appartengono al carbonio di cui sono fatto e a una misticanza di coincidenze che non mi attribuiscono meriti né colpe.

Siamo carbonio allo stato puro, ecco tutto, tanto che se non fosse morto Robin non sarei qui a scrivere.
La nostra chimica reattiva e misteriosa.
Se sospettate un dio, pregatelo, se sospettate una colpa affrontatela, se sospettate un'ingiustizia, affrontatela con delicata e armoniosa baldanza.

Sono passate solo alcune ore da quanto ho scritto e Robin Williams resta morto, ma il mondo intorno a lui in una strana serie di interventi ha detto con un presunto, tutto presunto, tentativo di spiegare: era un ex alcolista, no, forse era ancora ubriaco, forse si è drogato prima di uccidersi, aveva debiti, aveva il parkinson... 
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