La distanza della didattica

Ritratto di roberto parolari

Come sempre non ci sono indicazioni precise, ognuno procede in ordine sparso, dirigenti che si preoccupano di coordinare e dirigere l’attività degli insegnanti e dirigenti che non si pongono minimamente il problema, docenti che stanno attaccati al computer tutto il giorno per fornire ai propri alunni ciò che ritengono più opportuno e docenti che si accontentano di qualche messaggio WhatsApp.
C’è la corsa all’aggiornamento tecnologico, a conferma che la scuola è arrivata impreparata all’imprevisto.
In una situazione di emergenza indubbiamente la DAD può essere uno strumento per mantenere un minimo di impegno scolastico, ma nulla più: “uno strumento”, non è la scuola.
C’è chi addirittura ripete gli stessi orari dell’attività scolastica scimmiottando con la DAD la scuola stessa.
Alunni e studenti si sono visti caricare di “compiti” e impegni che vanno dall’attività di ricerca, allo sfogliare il libro di testo, a completare pagine di eserciziari, a “crocettare” con vero o falso questionari improbabili, come fossero schemi di prove Invalsi.
Le famiglie si sono trovate invase dalla scuola, a torto o a ragione costrette a riorganizzare il proprio tempo in funzione della scuola. Direi che è una invasione indebita e inopportuna, lesiva della vita privata e che soprattutto non tiene conto delle condizioni individuali.
È mancata fin dall’inizio una verifica della situazione “sociale” della vita quotidiana. L’uso dello strumento informatico non è così diffuso come si crede, al di là del “telefonino” molti non posseggono né tablet né computer.
Almeno il 20% degli alunni non è “connesso” e molti devono concordare tempi e modi con genitori e fratelli altrettanto impegnati con le connessioni.
La conseguenza più diretta dell’applicazione della DAD è l’azzeramento del principio dell’inclusione.
Ancora una volta la scuola non fa che riconfermare le disuguaglianze sociali.
I disabili sono stati tagliati fuori nettamente e abbandonati, non si parla più di BES o DSA, non ci si pone proprio il problema.
Addirittura i geni dell’Invalsi pensano ad un sistema di valutazione.
D’accordo siamo in un periodo di emergenza, ma la didattica a distanza non è e non può essere copiare il “modello scuola”: classe, insegnante, programma; lezione, interrogazione, valutazione.
Lo strumento informatico esige un’altra organizzazione, un altro concetto di scuola.
La scuola è stimolo, proposta, discussione non trasmissione, non ripetitività, non contenuti, ma ricerca, approfondimento, lavoro di gruppo, relazione.
Non per semplificare, ma credo che la didattica a distanza debba offrire spunti di studio, di ricerca, di lavoro. Non debba propinare contenuti, non debba cercare di valutare.
Qualunque sia l’offerta che propone ha poi bisogno dell’incontro in classe, della conversazione, della discussione, dell’emozione, del rapporto con le persone proprio per confrontare quanto realizzato a casa.
È la “classe capovolta” (flipped classroom in inglese).
L’attuale situazione ci pone questo problema. Se finita l’emergenza dovessimo tornare a “fare scuola” come abbiamo “sempre fatto” avremo perso, per l’ennesima volta, un’occasione di rinnovamento e cambiamento.
*ex Dirigente scolastico e pedagogista 
 

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