Willy Mulonia diventa un film
L'avventura del clarense Willy Mulonia all'Iditarod in Alaska diventerà un film, affidato a Gianluca Negro e alla sua società di produzione che ha affiancato tra gli altri nel passato anche il velista Giovanni Soldini e Luna Rossa.
L'annuncio è stato dato all'indomani della gara che il 50enne ha concluso il 1° marzo, vent'anni dopo la sua ultima partecipazione. Un'impresa che ha trasformato in un mito ciclistico questa figura, capace di fare quello che non era riuscito nel 2000 (nel 1999 la prima partecipazione in Alaska era stata portata a termine) quando fallì con un grave incidente la conclusione della gara.
Willy dal 19 febbraio all'1 marzo ha documentato con una videocamera tutte le fasi della competizione: emozioni che alternavano sconforto a gioia, determinazione a speranza. Immagini toccanti che ora diventeranno un «movie» su cosa significhi affrontare temperature impressionanti in solitaria, ghiacci che si rompono e rischi che sono sempre imponderabili. La storia di Mulonia debutta alla fine degli anni Novanta. Un infortunio al ginocchio lo spinge a riprendersi fisicamente usando proprio la bici per la riabilitazione. Da li la passione ed il salto dedicandosi con costanza e in modo agonistico alla mountain bike. Partecipa a traversate nel Sahara e in Australia e poi, nel '99, affronta e conclude la sua prima Iditarod in Alaska, primo italiano di sempre. Ha percorso in mountain bike l'intero globo, arrivando persino a pedalare dalla Terra del Fuoco sino all'Alaska, per poi arrivare con un'accoglienza trionfale a Chiari nel 2002. Non è un campione olimpico, ma ha dimostrato che si può essere campioni anche in altri modi, senza federazioni alle spalle.
Le sue imprese in Alaska furono già documentate da un primo cortometraggio di Angelo Modina. Quelle immagini finirono in Rai, nelle scuole e in molti auditorium del nostro Paese. Ora Willy è pronto per una nuova produzione che discuterà nei prossimi giorni con la società Film Mare di Negro.
Come ha potuto concludere a 50 anni una gara di oltre 600 chilometri a meno 30 gradi? «Ci sono tre pilastri a cui mi sono affidato – spiega Mulonia -. Sono cose che ovviamente non si insegnano ma si conquistano. Il primo è quello di riconoscere le emozioni, il secondo è di gestire i sentimenti e di non soccombervi, il terzo è stato quello di avere chiaro l’obiettivo: arrivare a McGrath».
Cos'hai pensato una volta finita la gara?
«C'è un post su Facebook che dice tutto: 'ce l'ho fatta, dopo 20 anni e solo grazie a questi 20 anni'. Significa aver vinto su tante cose. Vent'anni sono un mondo. In questo lasso di tempo ho messo al mondo tre figli, ho fatto una famiglia, ho fatto della bicicletta il mio mestiere. E dopo tanti anni trascorsi ad accompagnare persone comuni ad affrontare sfide estreme, ho deciso di rimettermi alla prova».
Come ti sei preparato per questa sfida?
«Con l’attivitá professionale che faccio, ormai, sono in bici praticamente sempre. Poche settimane pirma di partire per esempio ho pedalato 1.200 km in Patagonia accompagnando insieme a Carlo Pelizzari (un’altra guida dell’agenzia) un gruppo di clienti. Sono km che sommano. Quello che ho notato ha funzionato è stato uscire ogni venerdi sera ad allenarmi raggiungendo i vari passi delle montagne dove ora vivo e passando la notte nel sacco. Questo mi ha veramente aiutato a capire dove avevo ció che mi serviva ed usarlo e sceglierlo nel minor tempo possibile. In definitiva, abbituarmi a muovermi in forma veloce nelle scelte».
E' bastato?
«Il risultato dice sì, ma ci sono stati momenti in cui avevo davanti come perentorio il ritiro. Una bufera di neve, il blizzard (il vento gelido ndr) che non lasciava tregua, il ghiaccio che mi si spezzava sotto le gambe e io che vi restavo dentro, con dolori lancinanti, l'overflow che rischia di congelarti in pochi minuti».
Cos'è l'overflow?
«E' un fenomeno termico per cui la presenza di calore nell'acqua ne alimenta la trasudazione oltre il ghiaccio superficiale, fino a farla righiacciare ma in modo più debole. E' un pericolo serio per chi passa sopra questi strati di ghiaccio leggero».
Come trascorrevi le notti?
«Dormendo, pur con la paura quando sentivi immensi boati per il ghiaccio che si rompeva attorno a te come lastre di cristallo. Mi chiedevo 'e adesso cosa succede, come continuerò'. Ma poi prevaleva la forza della determinazione». C'è un video pubblicato da Willy in cui, a rischio di ritiro, dice «Non ce la faccio. Non ha senso, non ha senso. Tre ore e ho fatto sei chilometri. Sono al limite dell'abbandono e ho ancora 42 chilometri da fare, ne ho fatto sei soli in tre ore. E' inutile lottare così. Sai cosa faccio: torno alla cabin, riposo e mangio e aspetto che cambi il clima. Non mi ritiro ancora, ma non continuo con questo tempo».
In un video precedente indica una tappa dedicata a suo fratello Tiziano, che pure ha partecipato ma non è riuscito a concludere la gara, e a Juan Carlos Najera, amico con cui ha condiviso nel 1999 la gara. Con un dito indica la meta. In quel gesto c'è tutta la sua determinazione.
Una gara organizzata, per quanto estrema, pare conservi certezze in termini di sicurezza...
«Non è così ed è giusto così: esiste certamente la differenza tra rischio necessario e rischio non necessario, ma capire la differenza è un'impresa. Ci sono troppe variabili, a – 30, con un vento che ti sferza il viso, da solo, con la neve che è peggio delle dune del deserto, rimodellano e cancellando il trail in continuazione. Il soccorso certamente è organizzato ma non pensate che sia come un'ambulanza, che già può ritardare. Qui puoi attendere anche 24/48 ore prima di avere il trasferimento in un ospedale. Devi essere raccolto, portato in un check point e poi vengono attivate le procedure di emergenza».
Ai tuoi due compagni cos'è accaduto?
«Mio fratello Tiziano si è visto staccare le unghie dai piedi per un eccesso di caldo iniziale. I dolori erano enormi. Juan Carlos invece aveva già avuto un incidente in partenza e dopo poco ha avuto altri problemi che lo hanno costretto al ritiro. Volevo riaccompagnarlo al checkpoint precedente ma ha insistito per farcela da solo, con un eroismo importante».
Per capire cosa sia l'Alaska, basti dire che il viaggio di questi intrepidi attraversa al suolo anche passi importanti come il nevoso Rainy Pass e la cordigliera montuosa Alaskan Range: il percorso è piuttosto pianeggiante, perché studiato nei passi di fiume, ma attorno ci sono cime che arrivano agli oltre 6 mila metri del monte Denali.
Willy è stato seguito a distanza dai figli Malena (16 anni), Lucas (15) e Simone (12), oltre che dalla moglie Mar.
Hanno mai avuto paura?
«Credo di no, sapevano della mia capacità di controllare il rischio e quando sono rientrato hanno avuto solo ammirazione per quanto fatto. Li ho incontrati uno per uno separatamente, come amo fare. E' stato emozionante ed emozionante è stata la loro vicinanza con continui messaggi che mi hanno accompagnato in questa impresa»
























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