Ognuno di noi è immigrato e ospitante
In merito al tema immigrazione, mi sento presa in causa essendo immigrata in Italia 17 anni fa. I miei genitori, entrambi di origine bosniaca si sono spostati in Slovenia per ragioni politiche e religiose. Una volta qui, sono nata io e per questo motivo mio padre decise di cercare lavoro in un Paese migliore e decise di emigrare in Italia (allora una buona meta per coloro che cercavano lavoro). Poche settimane più tardi io e mia madre lo seguimmo. Io avevo poco meno di un anno, e i miei genitori dovettero iniziare da zero, in un Paese che non conoscevano, del quale non sapevano nulla, gli usi, i costumi, le tradizioni e tantomeno la lingua, combattendo ogni giorno contro i pregiudizi della gente.
L’immigrazione del resto è un fenomeno antichissimo che esiste sin dai tempi in cui l’uomo, diventato nomade, aveva l’esigenza di spostarsi in situazioni di disagio.
La maggioranza si sposta per ragioni politiche, culturali, religiose, in seguito a persecuzioni o discriminazioni. Altri invece, semplicemente, perché in cerca di lavoro e di una vita migliore. Molte volte si imbarcano su navi poco ospitali, percorrono lunghi tragitti accalcati l’uno sull’altro, ma il più delle volte non sopravvivono per mancanza di cibo e calore.
È il caso dei profughi che provengono dalla Libia, in cerca di una speranza per migliorare e cambiare la loro vita. Bambini, donne e giovani sono i protagonisti di queste drammatiche vicende che purtroppo sono all’ordine del giorno. Il Paese ospitante attua talvolta politiche di accoglienza che però comportano costi elevati e di conseguenza tutti questi immigrati sono costretti a vivere in condizioni pessime e talvolta abusive.
I punti di forza per il Paese ospitante sono l’aumento della popolazione che diventa più giovane e quindi comporta la proporzionale crescita del PIL, vista la disponibilità di ulteriore forza lavoro. Invece, il problema principale che sorge in campo economico e lavorativo è la concorrenza per i posti di lavoro tra gli immigrati e i cittadini del Paese ospitante. Un altro fatto curioso è l’allargamento dell’Unione Europea, che secondo me è un paradosso: si cerca di creare una grande comunità che riunisca diversi Stati con differenti culture e tradizioni, e in contemporanea, si chiudono le frontiere ai cittadini dei Paesi arretrati e in difficoltà.
“Un uomo dall’accento slavo”, quante volte abbiamo letto questa frase nei quotidiani, o l’abbiamo sentita pronunciare nei servizi dei telegiornali.
Si parla di immigrati solo quando accadono fatti gravi come assassini, spaccio di droga o episodi di violenza e delinquenza.
Oltre a questi episodi di discriminazione e razzismo, viene alla luce in alcuni casi la paura verso lo straniero, la xenofobia che alcune volte si trasforma in episodi di violenza e lotte di sangue. I flussi migratori sono impossibili da fermare perché frutto di esigenze economiche e sociali, pertanto bisognerebbe iniziare a percepire l’immigrazione non solo come problema o disagio, ma come possibilità di venire in contatto con culture e tradizioni diverse e avere l’occasione di ampliare le proprie conoscenze. Il primo passo da fare è riconoscere il cittadino immigrato, successivamente accettare le sue diversità e conviverci senza episodi di scontro, ma di confronto. Mettere da parte i pregiudizi della società moderna e cercare di stare vicino alla gente che abbandona la propria terra d’origine e inizia una nuova vita in una terra sconosciuta, dove spesso è emarginata dalla società ed ha paura.
Inoltre, bisogna rispettare le minoranze etniche basandosi sui principi di tolleranza, fratellanza e uguaglianza, perché siamo tutti “straniero” per qualcuno.
*Studentessa di Chiari
Carissima Dženana,
hai scritto un articolo molto bello meritevole di un 10 e lode specie per la chiarezza di esposizione e la temperanza che lo caratterizzano.
Sei parte della nostra comunità come è parte un italiano (o meglio dovrebbe essere) in un’altra comunità come la tua.
Vedi l’immigrazione è sì un fenomeno in parte incontrastabile ma non in tutti i Paesi. Se guardi alla libertà di immigrazione negli Stati Uniti come pure in Russia (potenze agli antipodi) ti troveresti alle prese con ostacoli che in Italia non esistono. Per non parlare della Cina, dove impiegano un attimo a condannarti a morte.
Purtroppo non è vero che entrare in un Paese sia una cosa semplice. L’Italia in primis ha aperto le sue porte ben più di quanto abbiano fatto certi paesi dell’Unione, ha altresì commesso molti errori (vedi tra i più gravi la gestione dei centri di immigrazione), ma non è mai venuta meno nella maggioranza dei casi all’accoglienza anche nell’applicare le stesse norme giudiziarie, uguali per un italiano come per un immigrato. In un mondo ideale tutto è scontato. Non nel nostro mondo purtroppo. Ci si va a rinfrancare con la filosofia in India e poi si scopre che gli indiani sono i primi a metterla giù dura con i Marò. Si va negli Stati Uniti e ti fotografano persino le pupille. Si va nei paesi islamici e guai a proporre una nuova chiesa. Sono da sempre affascinato dalle altre culture ma quando andavo in Francia (non nei paesi islamici dove pure sono stato, come negli Usa) per prima cosa ero io a comportarmi - anche per i pochi giorni di vacanza che intraprendevo - come persona che sentiva un obbligo in più rispetto ai residenti: l’obbligo di riconoscenza e di ospitalità.
Questo non significa che non mi sia mai incazzato se questo o quel Paese mi trattava male o in modo sin troppo «diffidente». Ma vedi, la prima cosa è porsi nella riconoscenza e anche nella curiosità di imparare le caratteristiche del terreno nuovo su cui si cammina.
Quando andai in Croazia davo per scontato che, in un paese che un economista avrebbe considerato per così dire «minore», avrebbero accolto l’uso dell’euro anche se non faceva parte dell’Unione monetaria. Niente da fare: solo cune e via al cambio.
Ma non per questo mi sentii tradito o snobbato. Avrei molto di peggio da dire del mio viaggio in Germania nel 2006 quando andai per seguire i Mondiali di Calcio. Con la mia compagna incontrammo sul sentiero che portava al grande parco dell’Oktober Fest alcuni tedeschi che iniziarono a insultarci, tirando in ballo la storia, Mussolini ecc. Sgattaiolammo via sentendoci insultati ma senza la pretesa di definire quei quattro l’espressione del popolo tedesco. Ferma restando l’idea di avere incontrato dei coglioni, come ne potrai incontrare qui in Italia.
Sei figlia dell’amore dei tuoi genitori e quello è il più bel Paese che c’è.
E se dio lo vorrà sarai anche figlia, come credo già tu lo sia, di un paese che in larga parte ti ama. Poi le minoranze di odio ci sono, anche per me che da piccolo ero terrone e da ghettizzare perché la mia mamma ha spostato un papà polentone (pace all’anima sua) venendo al nord per lavorare.
Vedi quanto è strana la storia: a volte si pensa di essere un’unica nazione, mentre invece ci si odia persino, per campanilismo, tra i paesi di uno stesso paese, di una stessa provincia...
La soluzione?
Dopo tanti tormenti e difficoltà, ho preferito fare io il primo passo e dimostrare che sapevo amare l’altro, il presunto «ospitante», demolendo il concetto stesso di «altro» e «diverso»...
Poi gli altri hanno cominciato ad apprezzare me e a conoscere tanti altri omini strani figli di sangue diverso, di sangue misto, di sangue vivo e normale come il loro.
L’uomo da sempre vive la paura dell’altro, ma l’uomo è in grado di fare risorsa di un iniziale ingenuo terrore.
Il mondo è pieno di contraddizioni. La più grande, in fatto di immigrazione, è vedere persino più inospitali del popolo che li ha accolti gli immigrati che sono ormai integrati: così capita di trovare italiani in America comportarsi oggi come Americani integralisti che disprezzano l’immigrazione a priori...
Scrivici ancora, ci hai riempito il cuore. Perdonaci per gli errori che abbiamo commesso e grazie di essere venuta in Italia. Ti aspettavamo.
Massimiliano Magli















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