Arrivati a Cevo
Il primo sentimento che mi arriva di Cevo è la parola amicizia.
Il primo ricordo che ho di Cevo è la nostra casetta presa in affitto per un mese da mio padre presso Scolari Gilo, al secolo Vigilio... in via San Vigilio. 88... Per quanti anni? Non saprei, quattro, cinque... Di certo dal 1981 in avanti, ma mi piace pensare che anche prima, quando eravamo piccolissimi, i nostri genitori ci abbiano portato.
Se quell'indirizzo me lo fossi segnato allora, non sarei tornato a Cevo circa dieci anni fa senza trovare la casa del mio cuor.
Ma il 26 aprile 2026 con la mia compagna Benedetta Mora, i figli Zaccaria, Anita e Agata Magli abbiamo ripopolato le vie di Cevo come 45 anni fa.
Mai avrei pensato di guardare al passato con la nostalgia con cui lo facevano i miei genitori.
Ma quei tempi sono memorabili e irripetibili. A quanto pare per sempre.
Infatti ormai da anni è finita, dopo millenni, la modalità di darsi appuntamento - anche a distanza di mesi - per una nuova vacanza insieme. Senza telefono, senza internet... Ci vediamo l'anno prossimo. E il miracolo era che riuscivamo a trovarci perché le vacanze erano così lunghe che in qualche modo i nostri giorni si sovrapponevano a quelli degli amici.
E infatti ricordo l'amarezza di quell'anno in cui le vacanze tra noi amici si sfasarono e tutto fu diverso, immensamente più noioso, triste, solitario.
Ricordo, se scavo, una telefonata fatta tra noi e la famiglia cremonese di nostri amici: ho ricordi sfuocati, ma tutto era legato alla nostra emozione e al desiderio di ritrovarci. Fu una telefonata rapidissima: allora chiamare nel Cremonese per qualche minuto e raccontarsi l'emozione di ritrovarsi dopo mesi significava spendere qualche ora di lavoro.
Ma questa questa volta, appena ci siamo decisi di salire, ho preso per il capo la geografia di Cevo: partiamo a piedi dal parcheggio che si affaccia sulla casa dei salesiani. Mi sembra tutto incredibilmente «più» di allora, a partire dalla pendenza.
Ma quante volte ce le siamo mangiate quelle rampe!
E dire che molte cose rimpiccioliscono da grandi, comprese le paure.
Invece Cevo si è mostrata come era: magnificamente complessa, su ripiani, articolata, con spazi incredibilmente identici e antichissimi come già apparivano allora. Tutto è stato grande come lo era quando avevo sei anni. Non parliamo poi dell'emozione.
Tentenno su un paio di campanelli, poi vedo uno Scolari e «driiin»: Signora per caso...?
«Vada giù di là, dove c'era il bar - prima batosta, il bar gelateria ha chiuso - e chieda, perché c'è uno che quel Vigilio lo conosce».
Pochi passi e mi si para davanti l'infanzia. Incontro Giordano Scolari, figlio di Gilo... E tutti i fili tornano: nel suo garage trascorro i più lunghi, emozionanti minuti dei miei ultimi anni.
Giordano ricorda la mia famiglia, ma anche i nostri amici. Angelo e Rossella Cremonesi, il loro padre che purtroppo è mancato poco tempo fa a soli 60 anni, Cristian, più grande e bulletto ma immediatamente amico quando capì che gli tenevo testa. E Nicola Torro, l'amico più grande di noi che ci accolse in casa sua per assistere alla finale dell'Italia ai Mondiali di calcio del 1982... Dopo il trionfo, la Cevo festante fu tutta in 4 ragazzi che corsero a perdifiato per via San Vigilio tenendo i 4 lembi della bandiera sopra di loro.
Nicola ha avuto un incidente diversi anni fa, è in sedia a rotelle e vive nelle Marche.
E ancora Ezio Richiedei, tre anni più grande di noi ma di una ironia e di una intelligenza fulminanti. Trovo sui social sua sorella e ho la dolorosa conferma della sua morte a soli 22 anni, era in moto con un amico, pure lui morto travolto da un'auto. Oggi Ezio avrebbe 54 anni.
Poi chiedo di Massimo, il nostro vicino di casa. Abitava a un passo ed era poco più grande di noi.
«Certo – mi dice Giordano – è ancora a Cevo ma all'Andrista».
Essere a Cevo in quegli anni per me era un misto di amicizia e di Centro addestramento reclute. A 10 anni arrivò il primo bacio di una certa Michela di Brescia che si era messa a disposizione a una certa ora per dare i baci a tutti noi. Angelo mi chiamava e io arrivavo a una panchinetta defilata di via San Vigilio.
Era più o meno come un'iniezione dal dottore, una medicina da prendere.
A Cevo, in fondo a via San Vigilio, c'era anche un piccolo allevamento: e ricordo di aver chiesto a mio padre perché una mucca stesse facendo tutta quella pipì che incredibilmente scendeva giù per la strada. «Sta andando al mattatoio», spiegò lui che aveva vissuto tra tori e mucche.
Le emozioni per aver ritrovato la mia Cevo sono indescrivibili e i miei figli mi guardano con la coscienza di chi sa che sta avvenendo un mezzo miracolo, un viaggio del tempo le cui emozioni e le cui conseguenze sono imprevedibili.
In pochi istanti tutta l'infanzia mi è stata servita.
Saluto Giordano e ci dirigiamo verso il centro.
Il nuovo, l'insolita Cevo, è tutt'al più in una coppia giovane che mangia sul balcone di un appartamento ristrutturato di fresco come fossero sulla terrazza che guarda il Monte Bianco. Sono gli unici «intrusi» del mio passato.
Ma, quando giro lo sguardo, trovo intatta come allora una casa antichissima, sotto un arco di pietra, la soletta a poco più di due metri, una sedia di vimini addormentata e dolcissima fuori dall'uscio. Ma come è possibile?
Entro sfacciato come fosse casa mia, perché tutto allora era casa nostra, quando come gatti entravamo e uscivamo da corti e viuzze: private, pubbliche. E chi se ne importava, mica eravamo ladri! Un pezzo di Cevo che potrebbe tranquillamente avere ancora parti del mio dna... quante volte ci siamo nascosti qui tra gli sfasciumi di questa casa-galleria.
Ci allunghiamo per l'aperitivo al Bar Centrale, la Cope: ci arrivi passando per una passerella a ponte che per me è poesia.
Unico neo: scopro con dolore immenso che il lavatoio, la storia di milioni di abbeverati, è stato tolto... Una blasfemia tipica di chi si affida alla «modernità»... Ora chiedetela in dietro quella magnifica vasca con i beccucci sottili e l'acqua che ti gelava le otturazioni malfatte...
Persa per sempre.
Entriamo a incontrare il Pirlo di Cevo.
Mi metto a parlare con la barista.
Un passo indietro...
Quando lasciamo Giordano arriva una voce dal piano di sopra: «E' pronto!».
Sarebbe bastato che il pranzo fosse stato servito pochi minuti prima e Giordano con il suo garage da tuttofare non l'avrei più beccato. Tutta la ricostruzione delle mie vacanze sarebbe rimasta una pesante improbabilità.
E il Bar Centrale? Una ragazza sta uscendo: è una collaboratrice credo. Se ci fosse stata lei al posto di Silvia che cosa avrei potuto ricostruire?
Niente Giorda, niente Silvia... niente ricostruzione.
Sarebbe stata una Cevo pressoché uguale, ma senza il filo rosso delle relazioni nel tempo. Invece tutto mi si apre.
Coincidenze... Sono gli incontri che ti cambiano la vita, sliding doors.
Silvia ci mette un attimo a capire che non sono un maniaco.
E allora si passa stupita la mano tra i capelli ed esordisce con «Ma Massimo è mio fratello!».
Si aprono le porte dei ricordi, delle amicizie, di quei pomeriggi che sembravano non dovessero finire mai...
Questa volta a Cevo tutto è tornato: ho rintracciato le voci, gli sguardi e i cuori di quando c'ero io con la mia famiglia.
La malinconia, la nostalgia e la gioia al tempo stesso sono immense.
La mia idea di Cevo è frutto di mio padre, che da queste terre arrivava con tutta la sua famiglia materna. Cervelli, Matti, Bazzana, Scolari sono famiglie di allevamento e agricoltura poverissima e montana che hanno poi invaso la pianura.
E' stato mio padre a raccontarmi della sua Cevo che fu, della sua gente, dei suoi parenti mentre arrivavo convinto di essere a una semplice vacanza, in una qualsiasi località di montagna, per poi sentirmi come in un prolungamento di casa, proprio come in Sicilia da mia madre.
Se mio padre cominciava con Cevo, la sua voce cambiava, si faceva ancora più dolce e nostalgica: sapevi che avresti sentito il profumo di qualcosa di autentico, lontano ma presente.
Cevo è immutata e la casa dove abitavamo è ancora lì praticamente identica. Una piccola mansardina, con un cucinino, le notti sin troppo fresche con la coperta alla faccia dell'afa in pianura. I racconti di mio padre e mia madre, le loro memorie, la programmazione della giornata successiva. La visita al Tonale, l'escursione alla ricerca dell'acqua ferruginosa, Fabrezza, Cedegolo... nomi che restano nella memoria come nanetti da giardino incastonati nella tela dolcissima di quel passato.
Con una dignità profondissima, una stima di fondo forte, una fiducia nella famiglia e una fede incrollabile i nostri genitori ci hanno regalato cose figlie di quell'amore che ci ha consentito tutto, senza essere ricchi. Uno stipendio da insegnante e i pochi introiti dei campi dei miei genitori, la gioia spesso sussurratami da mio padre come una rivelazione «noi non abbiamo debiti»...
E che c'era di sorprendente, mi dicevo... Poi crescendo ho visto il mondo e capito quanta dignità e orgoglio ci fossero in quelle parole.
Cevo durò poco per tutti noi vacanzieri, meglio villeggianti, perché con l'adolescenza crescemmo più di quanto Cevo potesse accogliere.
La montagna ricordo che per un po' di anni divenne per me un luogo da evitare, un po' troppo malinconico e privo della movida che ci avrebbe attratto e illuso per anni.
Questa malinconia montana in qualche modo rimane perché Cevo è luogo autentico, capace di lasciarti da solo con i tuoi pensieri, ma anche di non turbarti con la frenesia della pianura e delle città.
Torniamo a noi.
Visitiamo il bosco di Cevo, il pranzo, poi il momento più tenero e commuovente.
La passeggiata in Pineta, la sola pineta che conosca, la pineta per antonomasia, quella dove abbiamo trascorso pomeriggi a giocare a pallone, far volare aerei di polistirolo, inventare giochi, per poi superare il bosco soprastante e raggiungere il campo da calcio e poi ancora più su fino a una malghetta.
Il punto fermo di quella pineta era la tovaglia stesa dei miei genitori, un uomo e una donna con due vite, visto che si sono trovati avanti con l'età eppure sono riusciti a mettere al mondo una famiglia di tre figli. Sparse come coriandoli le tovaglie degli altri amici e noi sempre in ritardo sull'ora del pranzo, sempre altrove, lontani a giocare.
Prima di tornare decido che uno spazio di Under Brescia deve arrivare anche nella mia Cevo. E così è proprio da questo mese, con l'arrivo del nostro mensile tra questi monti.
Torno a casa e, toh!, Silvia mi manda un podcast del 2025 dedicato proprio a Cevo.
Dentro c'è anche il suo contributo, quello di Katia, Giulia e Francesca.
«La voce di Cevo» mi folgora dall'inizio, con il sociologo Dario Gallena che ti prende per mano con le sue parole e ti spinge a chiederti «perché no?», a vedere ciò che hai davanti e non vedi.
Metto il telefonino in mezzo alla tavola come una vecchia radio e ce lo ascoltiamo all'ora di pranzo con tutta la famiglia. Quindi decido di spargerlo a parenti e amici.
Di questo lavoro mi hanno colpito e commosso le parole del sindaco di Cevo Simone Bresadola, 27 anni, quando dice che se dovesse essere costretto a lasciare Cevo si mettere a piangere per alcune ore. Riproduciamo il testo in pagina.
Grazie per avermi seguito fino a qui.
Dal podcast «La voce di Cevo» (2025)
Ovvio si resiste!
Si resiste allo spopolamento
alla solitudine, all'idea che non ne vale più la pena,
al pensiero che tutto ciò che è piccolo sia anche marginale.
Si resiste al silenzio,
quello che cala quando chiude un'attività,
quando una famiglia se ne va
o quando un ragazzo parte e non torna.
Si resiste all'inerzia, alla sfiducia e alla tentazione di mollare.
Si resiste decidendo di stare a Cevo nonostante il lavoro sia altrove,
prendendo l'automobile tutti i giorni per andare al luogo di lavoro.
Ma ha senso parlare di resistenza oggi?
Sì, perché anche oggi c'è chi lotta,
lo fa ovviamente con strumenti diversi da quelli di 80 anni fa
lo fa con un computer, una pala, una penna, uno strumento musicale.
Ma l'anima è la stessa.
Una persona a me vicino e non di Cevo dice sempre
che Cevo è il paese più bello del mondo
e io sono d'accordo, ma non sono d'accordo solo per il panorama mozzafiato
e per l'aria buona.
A Cevo c'è ancora quel senso di comunità
di quell'aiuto reciproco che non si può trovare nelle grandi città.
Se immaginassi di lasciare Cevo domani?
Non vorrei mai e poi mai che questo possa succedere
Il colpo sarebbe talmente grosso
che non saprei nemmeno come muovermi così a freddo.
Ti direi che partirei subito e mi recherei al Dos di Disina
uno dei posti del mio cuore
che mi siederei all'osservatorio e piangerai per qualche ora
Nel tempo che rimane registrerei
il suono delle campane a mezzogiorno che rimbalzano tra le montagne,
il canto dei corvi e quello sommesso nella legna della della stufa che brucia
Registrerei le voci dei bambini che corrono spensierati per la pineta
e i passi lenti degli anziani, che raccontano il tempo col corpo
Registrerei il vento che muove gli abeti e la pioggia sul tetto del Bait
Registrerei il suono della banda in marcia
durante una manifestazione
e le risate i canti popolari di Sisto.
E se possibile ci metterei anche le voci.
Ovviamente quelle dei miei familiari, specialmente di mia mamma,
quando la mattina chiama le galline,
dei miei amici e tutte le persone che mi sono vicine.
Perché Cevo alla fine è un intreccio di suoni umani,
di suoni naturali e non potrei portarli con me in altro modo.
Davide Bresadola (27 anni)
Sindaco di Cevo
Dunque, tra i ragazzi di Cevo degli anni Ottanta c'eravamo anche noi. Nella pianura bresciana i ragazzi di Cevo si sono moltiplicati come gli italiani per il mondo.
Sono figli di chi ha animato le montagne con sofferenza, sacrifici e immense soddisfazioni, venendo poi travolti dal sollievo di uno stipendio che ancora oggi celebriamo come liberatorio, analogamente ai contadini della Bassa bresciana che lasciarono i campi per le officine e i cantieri di Brescia e Milano.
Gli stipendi di allora rappresentavano qualcosa del tutto simile alle piattaforme finanziarie che oggi cambiano la socialità urbana di intere comunità. Sono bagliori di presunto benessere su cui tuttavia oggi ci interroghiamo più che mai: la parola progresso è del resto una pura invenzione. Oggi i fini pensatori potrebbero celebrare come saggi e davvero progrediti chi Cevo non l'ha mai lasciata.
Già, perché il giudizio è uno strumento improprio e da usare meno possibile, se poi si fonda sul denaro raccolto in una vita è assolutamente da bandire.
Molti cevesi se ne sono andati: credo sia improprio dire che abbiano tradito le proprie origini, purtroppo sono stati costretti in molti e qualcuno invece ha tradito se stesso, spinto goffamente dal denaro dello stipendio moderno. Ma certo non era facile resisterci.



















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