Festoni, una magia di devozione e tradizione
Abbandonarsi alla propria storia, stringersi il cuore e viaggiare verso il cuore stesso.
I Festù de Roca, ovvero i Festoni di Roccafranca, le feste quinquennali, in onore dei santi Vincenzo, Vittorino e Chiara sono una magia di memoria.
Inutile raccontarsela: per chi arriva e non conosce è una grande sorpresa, per chi invece vive il paese da anni la commozione è lenta, forte e inesorabile, perché il tempo si ferma e tutto ritorna, come la comunione dei vivi e dei morti, dei nostri genitori, dei nostri nonni, degli avi che qui hanno fatto la storia di una devozione e di una tradizione. Dal giorno in cui i canali scorrevano guardando il cielo, ai giorni in cui a quei canali si guarda come se ancora scintillassero al cielo.
Le vecchie osterie, i volti che hanno fatto la storia del paese, gli artisti, i volontari, persino gli amministratori di un secolo fa e quelli di oggi: tutti ci ci sente uniti sotto questi benedetti festoni.
E io tra loro penso al mio papà, come è giusto che ognuno pensi a chi non c'è più ma che in questi giorni è inevitabile ritrovare vivo e parlante a raccontarci le solite magnifiche storie. Tutte vere, straordinariamente.
E mentre la piazza racconta, mentre i quartieri stornano il tempo verso un tempo senza tempo con arcate trionfali e fiori che sono di allora come di oggi, la chiesa è il fulcro del ritrovo, della tradizione orale, quella del prete come di chi canta e intona inni, preghiere o canzoni alpine che siano.
E allora si arretra a don Tullio, a don Tisi, ai don prima come a chi è testimone dell'oggi. Alla messe di chierichetti e di curati, di suore e di volontari che hanno popolato altari, asili, strade ed erbose gioventù.
Già, don Sergio, anche lui ha avuto l'onere e l'onore di essere qui e come ogni pastore che arriva non si può che dire «Dio è con noi», minuscolo o maiuscolo che sia per chi è credente o meno.
Non potevo non tornare nel luogo della sagrestia, quella in cui ho vissuto il mio ginnasio e il mio liceo di chierichetto. Prima educato da, poi educatore di... Si faceva come alla naia, e tutto era ben accolto, perché a mettere in pace il cuore delle burbe come dei caporali dell'altare era il senso di Dio e il profumo del turibolo che non dimentichi più e distingueresti fra mille incensi di mille chiese diverse.
Perché essere di Rocca in questi giorni è un orgoglio in più, che rima con una storia a lieto fine e persone buone, poiché unite dal cuore e avvolte in foglie di alloro, in foglie di spensierata, incrollabile fede. GUARDA IL VIDEO IN BASSO

















































