L'ennesimo incidente mortale in moto
«Lo avevo visto sorridere poco fa, mentre lo incrociavo in auto».
Sì ma non c'è più...
«No, lo avevo visto sorridere poco fa, mentre lo incrociavo in auto».
Se n'è andato...
Si sbaglia, non è così, no, è un attimo fa... La colazione, il pranzo, il giorno libero, il sorriso, il bacio in fronte... le promesse, la cena tra poco come l'avevamo programmata. Pesce, vino bianco, da soli, insieme, una volta terminato il lavoro...
Questa è la cronaca di un misero uomo, un misero giornalista, condannato dall'amore delle lettere a raccontare cose, a volte splendide, a volte devastanti...
Mi chiedo cosa mi faccia tremare la voce e il cuore certi giorni, anche quando i giorni passano liberi e leggeri come il vento tra le spighe di grano... La risposta credo di non conoscerla ma credo di sapere da dove arrivino quelle improvvise enormi sensazioni... Dal contatto costante con la morte... Non è colpa del giornalismo, credo, ma di una coscienza forte che mi ha avvicinato al senso della perdita sin dai primi anni di vita... Quando realizzi che anche le persone più care possono scomparire... per sempre. Poi arriva il giornalismo e quando la morte la realizzi da piccolo, il senso della stessa diventa compagna, come per un prete, ogni volta che assisti all'ennesima tragedia.Non è necessario il senso della morte, a volte è sufficiente il senso dell'anticamera: quello in cui percepisci che, per esempio, un professore fantastico, una persona magnifica non la incontrerai più finiti gli studi o conclusa un'esperienza di lavoro... E allora è percepire l'assenza già prima che tutto questo finisca, mentre ancora lo guardi, pensi e realizzi la potenza del suo karma avviato ad allontanarsi presto da te. ,
E siccome non ci sarà mai dato conoscere cosa esattamente accada alla nostra anima, mi è lecito pensare che avere visto per 22 anni della mia vita persone morire, persone ferirsi, persone andarsene (come capita del resto a forze dell'ordine, vigili del fuoco, medici, soccorritori volontari o professionisti) la tua vita cambia. Come cambia è un mistero, perché se lo sapessi sapresti forse anche come antibiotizzare il dolore, la memoria: ma la vita è stupenda anche perché dona visioni che nulla può cancellare... Forse è così persino per un'influenza e lo scopriremo fra 1000 anni, se ancora ci saremo, che ogni influenza, ogni cancro vinto reciteranno dentro di noi, anche se sopravvissuti, una parte fisiologica, in un luogo remoto del nostro essere.«Immagino quante ne hai viste»... Un amico mi sussurra dietro il nastro bianco e rosso. Il lenzuolo alluminato sopra il corpo dell'ennesima vittima della strada... Non dico nulla, travolto dalla mostruosa normalità della vita: tutto procede, e tu non ci sei più. I rilievi corrono veloci. Poi arriva il carro funebre, i lenzuoli, quelle sospensioni strazianti, infine lo scartocciarsi delle lamiere mentre il carro attrezzi tira a bordo quel prodigio che amavi: la tua auto, la tua bici, la tua moto. Poco dopo ignari automobilisti percorrono una strada la cui aria vibra di un mistero impressionante, senza saperlo.
Dove riposano quelle vibrazioni? Arrivano al cuore e alla mente di chi non sa? Un'anima sorvola ancora il suo ultimo essere-nonessere prima di congedarsi dal corpo?Sono le domande esistenziali. Quelle che chiunque si fa da quando è piccolo a quando è grande, e a nulla valgono gli studi di teologia, filosofia, dogmatica, metafisica, psichiatria, se non ad esacerbare l'enormità della nostra incapacità di cogliere la nostra limitatezza e l'immenso al tempo stesso.
Proprio il 3 novembre, prima di assistere all'ennesima tragedia, parlavo con un caro amico-filosofo di morte, della incomprensibilità del nostro destino, della nostra paradossale e magnifica differenza-ugualianza rispetto agli animali...
Ora dove sei?, chiede la moglie all'amore di una vita. Ora dove sei?, chiedono i figli per il papà scomparso.Il 4 novembre a Urago è morto un uomo di 58 anni... in moto. Arrivava da Castelcovati. Era felice di stare in sella alla sua moto, acquistata con rinunce e risparmi. Non so se avesse figli, di certo aveva una compagna.
Ora dov'è?
Se la morte è una delle certezze della vita (pensate che enorme contraddizione per uomini che ritengono di disporre della ragione avere a che fare con un non-senso come la morte che appare inconfutabilmente come inevitabile), la razionalità detta la devastazione morale dell'animo umano ogni volta che la morte gli si avvicina. Morale sì, in senso pieno, poiché tocca le corde etiche che non ammettono le ingiustizie più profonde, come accade nella Bibbia, ove solo la fede, ossia la «follia» di un salto nel vuoto della nostra mente, provava a confrontarsi duemila anni fa con le incomprensibili repliche di una vita segmento, fine-inizio.
E' una devastazione uguale alla droga, alla ludopatia, alla dipendenza da un telefonino, alle non risposte ai nostri figli rincoglioniti come siamo dalla tecnologia che ci siamo dati per fissarla come ebeti...
E' un dovere migliorare, e non è certo la consolatoria frase «tanto di qualcosa si deve morire» a sottrarci dal miglioramento.La fame nel mondo è enorme. L'egoismo nel mondo è enorme. La produzione di armi nel mondo è enorme. La produzione di veleni alimentari nel mondo è enorme. Enorme è anche l'ignoranza dei popoli, soprattutto dei più presuntamente evoluti.
Ed enorme è il nostro ritardo mentale (e non è una metafora) essendo ancora oggi arretrati sulla viabilità e la sicurezza stradale dopo milioni di morti (lo psichiatra Andreoli ricorda ogni giorno che la prima forma di igiene mentale è collettiva, perché abbiamo interi popoli che dimenticano ciò che stanno facendo e rischiando). Ogni giorno si combatte una guerra, ma, come per le armi, nessuno si azzarda a dire che una moto e uno scooter rappresentano una pistola puntata contro di noi senza sicura.
Nessuno si azzarda a fermare strade con la forza per denunciare che è assurdo ammettere motociclette laddove una caduta prevede mille imprevisti, assurdi pali di segnaletica (siamo pieni), guard-rail con palificazioni mortali, ma soprattutto strade strette e inadeguate per la moto.
Di più: le nostre strade sono ancora oggi piene di curve folli, ma soprattutto di un sistema che ammette il passaggio di vetture ad alta velocità (e bastano 50 km orari) in controsenso distanziate da nemmeno un metro...
Dove correte, se avete un vero cervello, ogni volta che allontanate il pensiero dalle tragedie che avete visto? Un vero cervello fotte le sovrastrutture egoistiche che ci appartengono, magari non subito, ma subito dopo vi chiede cosa avete visto e perché sia accaduto.
Nella nostra era milioni di persone si sarebbero potute salvare arrivando all'automazione del sistema di comunicazioni: strade a senso unico ovunque, separazioni di carreggiata, ma soprattutto sistemi interurbani pubblici che evitano di usare l'auto. Ecco l'auto: la droga dei popoli per alimentare un'industria egoistica e vorace che da tutto guadagna. Perché da anni è possibile sostituire a un viaggio un'email e non è possibile trasformare un viaggio in auto in un tapis-roulant rapidissimo, in una teleferica, in una metropolitana di superficie? Tutto questo porterebbe milioni di posti di lavoro ma a chi? Darebbe vantaggio in primis ai disoccupati di trovare lavoro in nuove fabbriche riconvertite, ma l'egoismo dei grandi industriali e della politica fa prevalere il breve termine, gli interessi meschini per continuare a programmare auto sempre più sicure e costose per pochi e sempre meno sicure per tanti.
Odio la strada: avrei già rinunciato all'auto da tempo se vi fossero nuove tecnologie di trasporto che già vi sarebbero dovute essere. Dai dati della mortalità stradale bresciana sapete cosa si evince? Che una gran fetta di morti sono invece i pedoni e i ciclisti, ossia chi in quella viabilità pacifica, per forza o per convinzione, ci crede.
E allora perché non mettere fine a una delle più grandi guerre del mondo? Insieme alla ludopatia, alla droga, al traffico delle armi e a quello delle materie prime...




















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