La manifattura lombarda come identità condivisa

A Palazzo Pirelli la presentazione del libro di Adriano Baffelli “Manifatture sorelle. Cultura d’impresa”, dedicato all’esperienza produttiva di Bergamo e Brescia
Ritratto di Benedetta Mora

L’impresa come cultura, il lavoro come valore condiviso e il territorio come identità comune. Da questi elementi ha preso forma l’incontro dal titolo “Cultura d’impresa” che ha fatto da cornice alla presentazione del libro “Manifatture sorelle. Cultura d’impresa” del giornalista Adriano Baffelli, ospitata presso Palazzo Pirelli a Milano. Moderato da Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano, il confronto ha visto la partecipazione di Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico di Regione Lombardia, e di Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia. Al centro del dibattito, l’esperienza manifatturiera di Bergamo e Brescia, due territori uniti da una vocazione produttiva comune, capaci di innovare senza perdere il legame con le proprie radici. Edito da Emozioni Franciacorta, “Manifatture sorelle” è uno dei tre libri della collana pubblicata nel solco di Bergamo Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023 che contempla anche i volumi “La borsa delle donne”, finalizzato a far riflettere soprattutto gli uomini contro la violenza sulle donne e sull’effettiva applicazione della parità di genere, e “Camminammo sull’acqua. Il Sebino, abbraccio tra due meravigliose terre”, racconto della straordinaria installazione di Land Art.

Abbiamo incontrato Adriano Baffelli per approfondire il senso e gli obiettivi del progetto editoriale.

 

Baffelli, da dove nasce l’idea di “Manifatture sorelle”?

«L’anno di Bergamo Brescia Capitale Italiana della Cultura è stato uno stimolo fortissimo. Ho sentito l’esigenza, come giornalista, di lavorare su temi che mi sono sempre stati cari: il territorio, il lavoro, la manifattura. Da qui è nata una ricerca fatta di documenti, testimonianze e incontri, con l’obiettivo di ricostruire in modo rigoroso, ma anche narrativo, una vicenda che riguarda l’identità profonda di queste due province».

Come è stato lavorare alla realizzazione del libro?

«È stato un lavoro lungo e impegnativo, fatto di studio, inchiesta e approfondimento. Serate, notti, fine settimana. Un progetto non semplice, ma che rifarei senza esitazioni. Entrare nelle grandi imprese, conoscere le persone che le vivono ogni giorno, mi ha confermato quanto il valore del lavoro sia trasversale: riguarda imprenditori, manager, tecnici, amministrativi. È un patrimonio condiviso».

Quale tratto comune emerge con maggiore forza nel racconto delle imprese bresciane e bergamasche?

«La straordinaria partecipazione delle persone. No solo degli imprenditori, da sempre impegnati nel miglioramento dei processi produttivi, ma anche degli stessi lavoratori. C’è un forte senso di appartenenza e una centralità autentica del capitale umano. Il welfare aziendale è molto sviluppato e spesso esteso anche alle famiglie, così come il dialogo costante con il territorio».

Bergamo e Brescia vengono raccontate come un unico sistema produttivo. È davvero così?

«Assolutamente sì. Entrando nelle aziende si tocca con mano quanto questo territorio sia speciale, anche se spesso lo diamo per scontato. Bergamo e Brescia costituiscono una vera e propria piattaforma manifatturiera unitaria, capace di competere a livello nazionale ed europeo. È un sistema che funziona perché è consapevole di essere tale».

Qual è la lezione che questi territori possono offrire oggi, in un contesto economico in così rapido cambiamento?

«La capacità di evolvere senza perdere la propria identità. Il periodo del Covid e del post-Covid lo ha dimostrato: molte imprese sono cresciute anche del 20 o 30 per cento. Un risultato tutt’altro che scontato. Ma questo non deve portare ad adagiarsi. Il mondo corre veloce e servono nuovi paradigmi: innovazione tecnologica, digitalizzazione, intelligenza artificiale, nuovi prodotti e servizi, mantenendo sempre al centro il valore del lavoro».

Il libro guarda anche al futuro della manifattura?

«Sì, perché la manifattura oggi non è solo produzione, ma è sempre più legata ai servizi e all’indotto. Le imprese lombarde hanno nel DNA la capacità di dare il meglio nei momenti più complessi. La sfida è continuare a reinventarsi».

 

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