Lino poeta premiato a Grado
Lino Marconi ha 89 anni. E da quasi altrettanti fa il poeta, come professione di una fede particolare, per lui ateo: crede nella bellezza delle parole vestite in dialetto bresciano. Una passione che gli ha fruttato il premio alla carriera «Biagio Marin», che ha ritirato a Grado il 28 giugno.
Nei giorni scorsi, in suo onore, la Fondazione Morcelli-Repossi di Chiari ha accolto una serata dedicata alla raccolta vincitrice, «Ombrìe d'amur» (Ed. Compagnia della Stampa). Alla poetica lessicale ricchissima di questa raccolta la giuria, guidata da Edda Serra, ha assegnato il prestigioso riconoscimento.
Studi classici, professione da medico, «legale – precisa – come a tracciare il solco tra i due campi amati». Da un lato morti da interrogare, dall'altro lo spazio dello svago poetico.
Ha il distacco di chi pare aver affrontato con un buon karma la vecchiaia. La domanda più banale che si possa fare è: «se l'aspettava? Forse sarebbe meglio non aspettarsi mai un premio, come per ogni regalo regalo...?».
Sorride: «Sa perché ho partecipato a questo concorso? Alla mia età non si ha più un futuro. Ed ecco perché di tanto in tanto partecipo a una selezione. Si crea un piccolo futuro, l'attesa del responso è quel futuro. Un gioco temporale che mi consente di gustare questo piccolo lusso di attesa».
Però ci rivela anche la sorpresa: «No che non me lo aspettavo. Pensavo alla fase finale, ma non certo di arrivare a vincere un premio che nemmeno sapevo avesse una sezione dedicata alla carriera».
Non si tratta di un precedente per Marconi, che nel 1915, con una delle sue quindici raccolte poetiche («Ritràt de 'n penser») vince il premio nazionale «Salva la tua lingua locale».
Un medico pensa che la poesia possa avere principi attivi e curativi?
«Assolutamente sì. Distoglie la mente da cose brutte e spesso grette, ci reca in mondi a loro modo reali e fuori dal reale al tempo stesso».
Tra i medici c'è la più alta percentuale di ateismo o scetticismo in merito alla fede...
«Per me, che pure apprezzo la chiesa, è così. Non le nascondo che mi piacerebbe avere l'illuminazione della fede anche all'ultimo, ma per ora non vedo bagliori».
E la paura di morire?
«Più vado avanti con gli anni e più mi passa. Mi piace vedere me e la morte con le parole della mia amica Maria Corti (che insegnò anche all'allora liceo di Chiari, 1915-2002 ndr): 'quando io ci sono lei non c'è e quando c'è lei non ci sono io'».















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