Quell'invenzione chiamata inflazione

Ritratto di Redazione

Mia madre ha fatto le pulizie di Pasqua... ogni mese.

E di tanto in tanto arrivano sorprese. E quando attraverso il corridoio che collega la casa di mio padre a quella di mio zio, ormai disabitata, le sorprese non mancano mai. Me le trovo per caso, magari non subito, perché in quello spazio le cose mutano lentamente, spesso rimangono identiche per anni, proprio come i prezzi di certe cose, il costo della vita e il valore di affetti che dai per immortali. Invece muoiono, si perdono, come pure i giornaletti a fumetti che ti leggevi, i «porno» dei genitori (ai miei giuro non li ho mai trovati ma credo non sia necessariamente un bene) del tuo migliore amico conservati nella testiera del letto, i segnalini di legno del Monopoli che maltrattavi e che ora rimpiangi con inconsolabile nostalgia. Ed ecco, una sera passo di lì per sottrarre una sigaretta alla vecchia cucina di mio zio, dove mia madre 76enne si rifugia a fumare, e trovo una serie di vecchissimi e perfettamente conservati «Hurrà Juventus», giornale dei tifosi juventivi che collezionavano i miei cugini.
Copertina patinata, interno stampato in rotativa: un centinaio di pagine...
E la cosa che mi attira di più è la spia del tempo trascorso ossia il prezzo.
Ma quando lo trovo nelle traverse della copertina rimango di stucco e lo devo rileggere...

Gli stipendi negli anni ‘60

Negli anni Sessanta lo stipendio di un operaio era di 4700 lire. Un quotidiano costava 30 lire e un chilogrammo di pane 140 lire, mentre un litro di benzina costava 110 lire.
Oggi un operaio ha uno stipendio medio di 1000 euro (1 milione e 936 mila lire), un quotidiano costa 1 euro e 30 (2600 lire circa) e un chilogrammo di pane costa 8000 mila lire (ca. 4 euro). (Fonte Rai – Storia). Per la benzina senza la fonte Rai, c’è la fonte ufficiale dei nostri distributori, dove oggi per poco che la paghi la benzina costa 1,75 euro (3338,47 lire). Mettiamo mano alla calcolatrice: 41 volte aumentato lo stipendio di un operaio; 86 volte è aumentato il costo di un quotidiano e 57 volte il costo del pane.
A sorprendere è il costo della benzina che è aumentato di «sole» 30 volte: poco? Nient’affatto se si considera che in questo aumento c’è uno spasmodico affondo dello Stato che ha inciso forse più dei produttori nel farla aumentare e quindi nell’affondare le mani nelle tasche dei cittadini.
La chiamano inflazione, e qualche economista dice che non deve far paura.
Non si capisce tuttavia perché non lo debba fare, essendo l’esempio di come gli oligarchi dell’economia possono fare il bello e il cattivo tempo e il salario di un operaio, obbligatoriamente vincolato a crescere con l’inflazione, cresce enormemente meno di quanto cresce l’inflazione. Non solo, uno Stato come l’Italia accetta pedissequamente le imposizioni dei cartelli carburante delle compagnie petrolifere (anche perché ne gode la sua bene amata Iva che continua a crescere proporzionalmente al rincaro del costo, nonostante la promessa di un blocco all’Iva in caso di aumenti della base imponibile). Ma non è tutto: inserisce tasse ovunque che inevitabilmente aumentano l’inflazione anche quando inflazione non c’è. Già, perché se fa impressione l’inflazione in 50 anni di storia italiana, fa già molto meno impressione l’inflazione dell’economia (esclusa quella falsata dalle tasse di stato) in 30 anni di storia.
Teniamo presente che oggi esistono prodotti che hanno persino un prezzo inferiore rispetto a quello di 10 anni fa. Il pane stesso, per esempio, in molti supermercati ha raggiunto il costo di 2,50 euro al chilogrammo, praticamente quanto quello di dieci anni fa. Pensiamo anche alle 200 lire, 10 centesimi, per giocare con un videogame negli anni Ottanta. Oggi in fondo non sono aumentati di molto quei costi, se si considera che in molte sale giochi (sempre meno a causa del vergognoso proliferare delle slot machine di Stato) si pagano 50 centesimi.

La rivista sportiva?
Una macchina del tempo

Ma torniamo alla rivista dei tifosi juventini. Sapete quanto costava? Per «Hurra Juventus» si pagavano la bellezza di 2000 lire... nel 1984. Pazzesco, mi sono detto, costa più di un rotocalco attuale se si considera che la rivista del 1984 ha pagine in rotativa, ossia molto economiche, mentre i moderni rotocalchi sono in carta patinata e a colori. Se questo lo si può attribuire al progresso, il prezzo resta una rivelazione.
Trent’anni passati e il costo immutato. Il progresso, anzi, ha migliorato la qualità del prodotto e consentito un prezzo identico.
Guardo e riguardo il volto di mio figlio Zaccaria dietro la copertina di «Hurrà», io interista non ho particolari emozioni, non fosse che peraltro sono interista solo per equilibrata passione.
Ma l’emozione è forte nel pensare che davvero potrebbe essere una foto di oggi come pure di 30 anni fa in fatto di prezzo.
Mi torna in mente spesso la dichiarazione di Bulgakov in merito alla guerra: «La prima cosa che mi viene in mente quando si parla di guerra è la parola gente». Quello che sta accadendo oggi, con molte famiglie rinchiuse in casa e non in grado di mandare i figli all’asilo perché privi di reddito (queste cose non le sanno solo i coglioni che si limitano a guardare casella per casella la propria busta paga a fine mese senza mettere il naso fuori casa), è una vera e propria guerra. E anche a me la parola che viene in mente è «gente».
Me lo impongono mio figlio, il suo sguardo, la sua curiosa intelligenza. Essere padre per me significa ancora di più quello che ero prima: sviluppare in continuo una costante curiosità verso come si possa cambiare in meglio la nostra società. Tengo nel cuore un magnifico album dei Pink Floyd dal titolo «Animals».
Ci sono cani, pecore e maiali nella loro silloge musicale. I cani sono gli arrampicatori sociali, i maiali sono chi si arricchisce senza nulla fare se non rubare alla gente con la loro posizione, ossia banchieri, i politici e persone che si ingrassano alle spalle degli altri. Poi ci sono le pecore che non si devono confondere con i buoni tout court, ma sono le persone deboli, manipolabili e servili. In questa categoria in realtà se ne trovano già tre: i deboli per colpe non loro, che spesso sono anche manipolabili, ma che possono considerarsi spesso persone buone; gli ignoranti che sono manipolabili per eccellenza perché per prigrizia non studiano, non leggono, né si informano e accettano come scontato tutto ciò che arriva; infine i servi ossia chi accetta di strisciare, di prostituirsi, di annichilire i propri talenti pur di ottenere sapendo, o non sapendo del tutto, di essere schiacciati dal sistema e di finire come vermi del sistema stesso.
Non c’era nessun moto di statismo o statisticismo nell’avviare questo pezzo. Anzi.
La cosa che più mi arriva al petto è tenerezza. Fermo come sono a pensare gli uomini come il più tenero degli errori che sia mai stato commesso. E allora ripenso agli anni Ottanta. Magnifici, ma quanto? Anche allora c’erano enormi errori nella corsa dell’inflazione. Altissima effettivamente. Tanto che i buoni del tesoro rendevano anche il 10-12%. Allora e negli anni immediatamente a venire ci si indignava come ci si indigna oggi per le bollette e la benzina anche con la carne, perché quella sì aumentava davvero velocemente.
Ma oggi non è più così: da quasi dieci anni tantissimi prodotti crescono poco o pochissimo, a volte affatto. Se a onor del vero cresce qualcosa è proprio la carne che tuttavia è un prodotto legato alla fine dell’umanità moderna, legata ai consumi elevatissimi di territorio, di energia e a un inquinamento folle.
La pasta, la farina, il pane non sono più uno spauracchio. Per non parlare dei vestiti che volenti o nolenti rispetto ai cinesi (che poi siamo noi in primis, avendo delocalizzato laggiù persino la produzione di prodotti come quelli della Artsana, alias Chicco) sono addirittura diminuiti nel prezzo. E allora mano nella mano con mio figlio guardo allo Stato e con vergogna lo trovo il primo carnefice dei portafogli dei cittadini.
Dai costi dell’energia e della benzina in primis che finiscono per incidere su quelli del personale e dei servizi. Un tumore chiamato Stato che finisce per avvelenare i nostri cibi che, se devono essere concorrenziali, devono essere perdenti in qualità per poter vincere le bollette energetiche cui vanno incontro. In alternativa, si importano pure i cibi, sempre per quella stessa bolletta, ma sempre con lo stesso risultato in termini di qualità. I tumori sono il dono di questa semplificazione del prezzo basso con la bolletta energetica alta. Non voglio semplificare, ma è chiaro che se ancora oggi il Sistema Sanitario è indietro decenni sulle restrizioni a conservanti e coloranti (vergognoso che succhi di frutta per bambini siano ancora oggi colorati con un insetto chiamato cocciniglia e a norma di legge) ed è il primo carnefice dei nostri cittadini. Gioca di contraddizioni vietando fumo ovunque e continuando a vendere tabacco.
Potrebbe risolvere molto di più il Governo introducendo la marijuana libera e controllata debellando miliardi di euro di spese nella lotta a queste stronzate, con continue conferenze stampa e annunci fantasmagorici delle nostre forze dell’ordine alla caccia di pochi grammi di hashish qui e là, mentre se fossero impegnati al 100% nella lotta al vero crimine saremmo su un altro pianeta in termini di sicurezza. Ragioniamo piedi a terra: sapete quanti morti fa il fumo in un anno? Dati dell’Organizzazione mondiale della sanità dicono fino a 5 milioni... mentre sono molti di più quelli per alcool anche se le stime variano da 20 milioni in su. Legalizzare in modo controllato cannabis e cocaina significherebbe un doppio effetto: deterrente al consumo perché sarebbero in pochi quelli che si vanno a fare un grammo di cocaina dal farmacista, ma anche per la cannabis, che è più popolare, il consumo sarebbe contrastato dai miliardi di euro risparmiati dallo Stato nella lotta alla criminalità: fondi che sarebbero così devoluti alla prevenzione e all’informazione relativamente a queste droghe.
Non sono un liberalizzatore di tutto. Sulla cocaina ci starei molto attento e la dispenserei a livello di  disintossicazione solo per il recupero dei fenomeni acuti.
Ma già legalizzare la cannabis significherebbe mettere sul mercato droghe pulite e non veleni.
Anche questa è inflazione se ci pensate: uno Stato assente nelle droghe è uno Stato che appesantisce di molto il bilancio finanziario del Paese.
So che vi possono sembrare folli le mie dichiarazioni specie riguardo alla cannabis ma è ora di finirla con le falsità.
Oggi lo Stato non fa nulla per vietare le sigarette pur sapendo che la carta e gli eccipienti del tabacco di sigaretta sono cancerogeni. Dovrebbe vietarli, imporre piuttosto toscani e canne pulite, prive di eccipienti come candeggine, ammoniache e roba varia. Chi ha affermato questo non è Magli, ma più di un primario dei reparto tossicologici italiani: un toscano? fa molto meno male della sigaretta. Partiamo da qui. Invece da un lato accade che lo Stato vende porcheria e poi se ne lava le mani con gli avvisi sui pacchetti facendovi sentire doppiamente coglioni quando sarete malati terminali in una corsia di ospedale per aver respirato non solo tabacco combusto ma anche catrame e cartaccia trattata chimicamente. Ed eccola di nuovo l’inflazione: si sa, il Paese nostro è un paese vergognosamente corrotto dove non si sa dove inizino e dove finiscano le bustarelle delle multinazionali di alcool e tabacco ai politici, per cui risulta arduo legiferare contro questa «moda» del cazzo che uccide noi e i nostri figli, se non si è prima legiferato per una scappatoia. E vedere tossire un uomo coi polmoni avvelenati è una pena che mi riconduce al mio povero zio e al mio povero padre.
Abitavano a 5 metri di distanza e il cancro li ha risparmiati solo perché anticipato sul tempo da malattie colleghe come la cardiopatia e da un incidente in auto. In quel breve corridoio tra le loro esistenze ho trovato «Hurrà Juve» e ho cominciato a pensare... 

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